40 anni e sentirli eccome

Provate a dire a una donna che deve compiere quarant’anni?
Provate a chiamare “signora” una donna di quarant’anni?
Provate a dirle che “…quando era giovane…”?
Provate a chiamarle quarantenni… no non ci provate, che siate uomini o donne, lasciate stare, glissate magicamente, trovate una scorciatoia, un altro modo, passate ad un altro argomento.

Non so se siano peggio dei 50, della menopausa e di tutto quello che comporta essere sulla cinquantina per una donna, ma i quaranta sono un vero e proprio gradino, che a tratti può diventare anche un gradone!

È pieno di testi e citazioni sui 40 anni per una donna, quindi sono sicura di non esprimere niente di nuovo; forse il nuovo è avere 40 anni ora, in questi anni, in questo periodo! Una volta avere 40 anni per una donna poteva essere un traguardo importante, uno status, che dava un senso di maturità, di compiutezza e di orgoglio. Non ne ho idea, forse le donne questa età l’hanno sempre vissuta male; una volta, tra l’altro, a 40 anni non potevi più nemmeno con tanta leggerezza avere figli e, se ne avevi, beh non dovevi certo essere al primo, altrimenti ti guardavano quasi con vergogna.

Adesso da quel punto di vista è tutto cambiato: molte donne hanno figli a 40 anni e con che fierezza spesso, è inutile dire che per molte cose l’età si è spostata. Se da una parte abbiamo le teenagers alla scuola media che si atteggiano da donne, dall’altra abbiamo le quarantenni, che cercano con tutti i mezzi di tirare indietro le lancette dell’orologio, di parecchie settimane e mesi!

Non ci sentiamo adeguate? Non è la nostra età? Cioè è quella anagrafica, va bene, ma dentro ci sentiamo ancora delle ragazzine? Perché tanta paura per un numero qualunque? Perché tanto sdegno per una parola, “signora”, che in fondo ci dimostra una forma di rispetto nei nostri confronti? Perché quasi ci sentiamo infastidite quando ci danno del “lei”, e se invece ci danno del “tu” vorremmo metterli al loro posto, perché “…come osi ragazzino impertinente col moccio, o ragazzina tutta curve, che tanto poi, stai tranquilla, ti cadranno prima che a me?!”.

Non siamo né carne né pesce? Fatica, abbiamo fatto tanta fatica per arrivare fino a qui; abbiamo studiato, lavorato, sopportato forse mariti e figli piccoli, siamo sempre di corsa, tra scuola, lavoro, casa, vita, serate (difficilmente), e sentiamo di avere sempre meno tempo per noi stesse. Il sogno di molte è avere un’enorme vasca calda dove immergersi in silenzio e non sentire più nessuno per lungo tempo, non dover guardare l’orologio e non pensare a nulla! O meglio ai c…i nostri!

“Seconda giovinezza” ci dicono i più vecchi, con quell’aria del “beata te”, che non ti consola affatto, ti fa sentire solo più sola; “seconda giovinezza” ci dicono i più giovani, con quel sorrisetto beffardo, che non ti consola affatto, ti fa sentire solo più arrabbiata, perché “lui/lei che ne sa?!”. Seconda giovinezza un cavolo, perché devo passare alla seconda? E la prima?? Perché non posso continuare la mia prima? Io non volevo passare in seconda! È come essersi pagate un viaggio in prima classe, di lusso, con tutti i comfort e le hostess che ti lusingano, e sentirti dire improvvisamente: “seconda classe signora, prego!” con uno smagliante sorriso, come fosse un privilegio.

Come seconda classe?! No, perché? Io ho pagato per la prima, avete sbagliato, ci dev’essere un errore! Io DEVO stare in prima classe, io DEVO godermi la mia giovinezza, perché è finita?! Non l’ho chiesto! E poi perché quel sorriso?! Cos’è? Mi vuoi dire che sono fortunata, perché passo alla seconda giovinezza?! Ma fattela tu la seconda giovinezza, io sto bene con la mia prima!

Poi, se sei fortunata, esci la sera, vai nei locali per ballare e ti accorgi che, anche se è venerdì, e quindi non il sabato, che è la serata degli scolari, quelli che ti stanno accanto sono tutti più giovani di te, ma anche di parecchio! Ok allora magari vai alle serate revival… perché alle revival? Io non sono mica un revival! Cioè, adesso mi volete dire che la musica che io ascolto da sempre, che mi piace, mi scatena, mi fa ballare, mi dà quell’energia che mi sento scorrere dentro come un fuoco e mi fa sentire libera… è già da revival?! Aaahhhh!!!

E poi la palestra… perché ci DEVI andare, perché se a 40 anni non vai in palestra o non fai almeno un po’ di attività fisica, chiunque ti dice che ne hai bisogno, guardandoti anche con un po’ di rimprovero, perché “insomma non ti tieni in forma!”. Tu ti guardi da capo a piedi e non ti facevi così schifo, prima di vedere quell’espressione nell’altro! Ok vado in palestra: le palestre sono piene di donne, di tutte le età, che si dannano, sudano, si sfiancano pur di perdere quei 2-3 chili che già basterebbero, pur di non vedersi sui fianchi quella cellulite, di cui tutti parlano e che forse prima del 1950 nessuno sapeva esistesse!

“…5-6-7-8, muoversi, via, dai, coraggio, tira su quelle braccia, fuori il sedere, allarga le spalle, dentro il bacino, schiaccia l’ombelico contro la schiena, fai andare quelle gambe, ancora, ancora, sinistra, destra, piega le ginocchia, alza la testa…”; credevi di essere minimamente intelligente e istruita e invece ti senti una perfetta deficiente, dai riflessi pure un po’ lenti; non capisci dove cavolo devono andare quelle gambe, che sono attaccate al tuo bacino, e come diamine devi mettere il sedere e l’ombelico! Sudi, ti guardi in giro e vedi che signore molto più attempate di te, sanno perfettamente cosa fare e lo fanno anche con poco sforzo. C’è qualcosa che non va!!! Torni a casa distrutta, ti pesi e lanceresti la bilancia dalla finestra, se solo non fosse costata un occhio della testa, perché quella che credevi un’amica ti ha consigliato di prendere la bilancia che distingue massa grassa da massa magra, perché “…così puoi controllarti meglio!…”.

Adesso hanno coniato anche un nuovo nome per definirci: gli Xennials, esseri viventi, via di mezzo tra la Generazione X e i Millenials, che sono quelli di adesso. Gli Xennials, che hanno vissuto l’invasione prepotente di internet, tablet e smartphone e si sono dovuti aggiornare e adattare alla velocità della luce, prima di perdere il treno per sempre e non essere nemmeno in grado di accendere un computer! Quelli che ancora non sanno bene se sentirsi a loro agio quando si fanno un selfie, ma se lo fanno perché così si sentono giovani! Gli Xennials, che gli studiosi non hanno ancora ben capito se siano molto fortunati, perché hanno visto il mondo del telefono col filo e la rotella, e allo stesso tempo hanno un profilo Facebook per chattare con gli amici, o siano molto sfigati, perché questa dicotomia li ha resi un tantino schizofrenici!

E quel disgraziato, che tutti abbiamo studiato, diceva “…nel mezzo del cammin di nostra vita…” e ne aveva 35! Va beh per fortuna lui era del 1300, però ne son passati parecchi di secoli, possibile che si sia spostato solo di cinque anni il mezzo del cammin di nostra vita?!

Un donna di mezza età

Una donna di mezza età

Quanto il mio mondo è diverso da quello di Anita, quanto siamo distanti, quanto siamo diverse, davvero solo due generazioni?! Guardo la nuova pubblicità di una nota azienda di abbigliamento italiana, fiore all’occhiello dell’industria manifatturiera della penisola, con una Julia Roberts di cinquant’anni, più splendente che mai, e mi vengono molte riflessioni assolutamente diverse in mente.

Julia Roberts è l’icona dei tempi moderni, che l’astuta azienda ha scelto come testimonial, perché piace sia agli uomini che alle donne, soprattutto forse alle donne; è la Marilyn Monroe dei nostri tempi, che, pur non essendo assolutamente come le persone normali e pur essendo ben al di sopra della comune bellezza femminile, mostra una semplicità e una naturalezza, che le donne di tutte le età adorano; l’adorano perché permette loro di illudersi, anche solo per un attimo, di potersi immedesimare e sentirsi un po’ belle come lei. Inoltre ha cinquant’anni, un’età che le donne affrontano da sempre con molta fatica, forse negli ultimi anni ancora di più, perché, per ovvi motivi, si sentono invecchiare e non possono più contare tanto sul loro aspetto fisico.

Ancora più geniale quindi la trovata della nota azienda, che non punta più soltanto sulla teenager o sulla giovane bellezza, ma anche e forse soprattutto sulla cosiddetta donna di mezza età, che, detta così fa un brutto effetto, quindi forse è meglio definire la donna matura, che può tranquillamente continuare ad adornare il proprio corpo, con accessori ed abiti che la facciano sentire ancora bella e piacevole, perché è più importante sentirsi belle a 40-50 anni, che non a 20! Julia Roberts ripropone se stessa, che fa acquisti ed esce dal negozio con diversi sacchetti, come nel film di quasi trent’anni fa, che l’ha rivelata al mondo intero nel suo splendore, e manda così un messaggio: il tempo passa per tutte, anche per lei, ma il suo sorriso, famoso in tutto il mondo, è ancora più smagliante, sicuro, deciso, come dovrebbe essere quello di ogni donna, che, consapevole delle proprie rughe e smagliature, si accetta per quella che è.

Marilyn Monroe a cinquant’anni non ci è nemmeno arrivata ed ai tempi di Anita le donne mature non erano certo così sostenute dalla società, perché cominciavano a scendere la china e per loro non c’era certo spazio per pensare alla bellezza; nemmeno per le dive, che infatti spesso si ritiravano dalle scene, per evitare critiche e confronti dolorosi. Quindi la domanda che mi pongo, dopo tutto questo prologo, è se davvero siano bastate due generazioni per cambiare tanto le cose, per fare in modo che le donne siano sufficientemente considerate, che la loro importanza sia ritenuta finalmente fondamentale, per l’andamento della società. Mmh… forse no, forse Anita e le altre tre uniche studentesse di Medicina del suo anno a Genova erano molto più moderne di una Julia Roberts o di tutte quelle, come noi adesso, che pensano che l’emancipazione femminile abbia fatto passi da gigante.

In realtà infatti quella è una pubblicità e serve solo per vendere più prodotti, quindi è ingannevole, non può essere un quadro sull’emancipazione femminile; oppure può essere vista come un tentativo ben riuscito, anche se magari non voluto, di farsi sentire, di continuare a dichiarare che le donne, soprattutto a cinquant’anni contano, anche se devono fare qualcosa di apparentemente poco importante come scegliersi le calze o i collant.

E perché proprio i collant? Non è un caso. I collant sono l’espressione massima della femminilità. Quel collant che sembra essere tornato prepotentemente in passerella, in un momento così delicato in cui da una parte del mondo si indossano ancora e sempre di più le mini gonne e dall’altra parte del mondo si indossano i burka o altri veli che nascondano le forme. Un momento in cui queste due visioni del corpo femminile sono a confronto e fanno parte di un discorso molto più ampio, sulla dignità della donna e sul rispetto del genere femminile. Un mondo davvero confuso in cui alcune culture orientali mal sopportano proprio questa “libertà” della donna, tipica di alcune culture occidentali.

Anita era una pioniera, l’ho già detto, una piccola Rita Levi Montalcini, che credeva molto più nella propria intelligenza, piuttosto che nella sua bellezza, e che, certamente nel suo piccolo, ha contribuito, come tante insieme a lei, all’evoluzione del pensiero e alla considerazione che si ha adesso del ruolo femminile nella società occidentale. Purtroppo, Anita, con rammarico, ti devo confessare che, anche se Julia Roberts sorride in modo straordinario, per noi donne ordinarie, che faticano a sentirsi straordinarie, c’è ancora molta strada da percorrere, soprattutto se abbiamo quell’età in cui essere chiamate “signora” è più che normale. Siamo ancora scomode per l’altra metà maschile, siamo ingestibili, sottopagate, spesso considerate a torto meno brave dei nostri parigrado, e, in molti casi purtroppo, maltrattate e usate come merce. Forse ti aspettavi qualcosa di meglio, per la fatica che hai fatto tu, forse meritavi passi avanti veri, non solo una gran gioia nel comprarsi le calze!

A dir la verità possiamo comunque essere soddisfatte, soprattutto se pensiamo ad altre donne come noi, che vivono in zone del mondo, dove l’esistenza è davvero complicata, in particolare per loro. Noi ce la mettiamo tutta, forse siamo meno coraggiose di voi, donne del ’45, maestre di coraggio e di dignità, ma, nella fatica di tutti i giorni, di farci accettare per quello che valiamo, andarci a comprare i collant è davvero un gesto consolante, nella sua semplicità!

P.S. Aggiungo che sono stata testimone per caso della bravura di quelle donne, che tengono realmente in piedi l’industria manifatturiera dell’abbigliamento italiano, che ha fatto la storia di questo paese; e ti potrei dire, Anita, che davvero saresti orgogliosa di loro, perché, in totale anonimato, lavorano con una professionalità e un impegno che tutte le case di moda, anche francesi, ci invidiano. Quelle sono donne mature, vere signore, che magari solo raramente si vanno a comprare un collant, ma dovresti vedere la loro soddisfazione nel veder crescere un abito, la loro serietà nel lavoro… loro sì possono dichiararsi, in modo deciso, degne di essere tue discendenti! E allora grazie a tutte queste donne, dalle quali mi sento gloriosamente rappresentata e che, come te, costruiscono silenziosamente e con umiltà la storia delle donne italiane.

Questo articolo è dedicato a tutte le lavoratrici di un’importante azienda del parmense, che lavora per una nota casa di moda italo-francese, che ho avuto il privilegio di vedere all’opera. Grazie perché mai dimenticherò la vostra professionalità e la passione che mettete nel lavoro, ma soprattutto il mio fascino nell’assistere alla crescita di un capo, attraverso il lavoro di tante mani esperte, dal primo disegno alla confezione. Complimenti!

Il potere dei social

“Torna a settembre” era un film piuttosto sciocco ma leggermente divertente che anni fa veniva trasmesso puntualmente tutti gli anni in questo mese; era interpretato da Rock Hudson e Gina Lollobrigida e più che altro erano divertenti le scenette di Hudson, grande attore, ricordato a volte solo per la sua malattia! In realtà era un buon prodotto, per le commedie all’americana, quelle che, dall’altra parte dell’oceano, sono sempre stati bravi a fare! Io ero una di quelle che lo vedeva tutte le volte, un po’ per affetto, un po’ perché rivedere l’incapacità recitativa della Lollo faceva sentire un po’ a casa, un po’ sicuri, come una conferma tutti gli anni e una risatina, prima di ricominciare la scuola o il lavoro.

Anche Anita torna a settembre come Rock Hudson, siamo state in vacanza, anche un po’ l’una dall’altra, perché, dopo un anno e mezzo di convivenza a stretto contatto, avevamo bisogno di allontanarci un po’; ora si riprende e si ricomincia con i concorsi, le spedizioni alle librerie e, si spera, le vendite!

A proposito del ritorno e della diffusione di Anita, mi è venuto un pensiero sul potere dei social: mi è sempre stato detto che di questi tempi l’uso dei social per la divulgazione di qualunque cosa, sia necessario e non vada affatto sottovalutato. Come una brava scolaretta ho seguito i consigli e le istruzioni e mi son data da fare; il riscontro è stato positivo, nulla da eccepire, ma due giorni fa, in viaggio sull’Autostrada del sole, che di sole non ne aveva affatto, come spesso capita al nord, ho fatto una foto molto semplice ad un arcobaleno che, ad una povera nordica, di ritorno dal soleggiato centro Italia, dava un minimo di speranza, dopo una pioggia incessante. Ho postato la foto su Facebook e su Instagram.

Da non credere: la foto dell’arcobaleno, come se fosse un fenomeno raramente visto dall’occhio umano, è stata bersagliata da una quantità incredibile di Like e condivisioni, sorprendente!! Tutta la fatica fatta per diffondere i messaggi e le foto relative ad “Anita” sui social non ha mai prodotto un risultato tanto soddisfacente!
Questo mi fa pensare due cose: Anita non è poi così interessante e questo lo accetto serenamente e posso anche condividere che l’arcobaleno sia un fenomeno, che sebbene non così raro, dia sempre un’immagine tanto consolante e coccolante della natura buona e non matrigna.

Seconda cosa: è poi così vero che il potere dei social è così fondamentale per le cose anche solo mediamente serie? Oppure in realtà le persone “bazzicano” sui social con un disimpegno totale, anzi ancora di più, li usano proprio per rilassarsi, come uno scacciapensieri, una cosa in cui possono spegnere il cervello e prendersi una pausa acefala che le riposi? A questo punto il potere dei social viene un po’ meno…
Forse le due cose insieme, cerchiamo di avere ancora fiducia in questi social, per la promozione di cose un po’ interessanti, si sa mai che si abbia la fortuna di cogliere in corsa quell’unico neurone che qualcuno, per sbaglio, sta ancora facendo girare nel suo cervello!

Buon ritorno a tutti e buona ripresa di tutte le attività; qui al nord sono ovviamente riprese alla grande, come non ci fosse un domani. So per certo che al centro e al sud se la prendono un po’ più con calma e hanno tutta la mia approvazione! Grazie centro e sud Italia di esistere, siete il sale di questa nazione, non avrebbe alcun sapore altrimenti!

Le donne Yazide

Oggi ho visto un video sulle donne Yazide, sono una persona che cerca di tenersi informata il più possibile, ma non sono certo una che divora quotidiani dalla mattina alla sera, quindi per me le donne Yazide erano un’entità sconosciuta e lo dico con un velo di vergogna, chiaramente.
Non so quanti di voi ne conoscano l’esistenza, ma sono reali e sono una di quelle realtà che pochi conoscono e che invece sono da ammirare o da cui imparare qualcosa. Il video era un documento realizzato in occasione di una mostra fotografica promossa dall’Unicef, perché, come spesso capita quando sono nominate le donne, queste sono donne che soffrono e combattono, per questo dicevo che sono da ammirare. Sono tenute in campi profughi insieme ai loro uomini, figli, genitori, in Iraq, confinati dall’Isis; le foto sono belle, molto belle, perché danno la misura della sofferenza di questo popolo, ma anche della loro voglia di sopravvivere, di lottare e di tornare alle loro case, un giorno.

Ma il video era speciale, perché parlava delle donne combattenti: ragazze molto più giovani di me, più o meno ventenni o poco più, vestite come soldati, con un fucile sulla spalla, che in un momento di pausa dagli attacchi, si lasciavano andare a risate e chiacchiere con le compagne e con i giornalisti. Donne…ragazze…a cui viene negato tutto quello che potrebbero fare delle ragazze normali in un altro paese: andare al cinema, studiare, uscire con gli amici, innamorarsi, ridere, ballare, vivere l’età più bella a loro concessa dalla vita. No…sono lì e sono lì perché devono difendere i loro territori dall’Isis, devono difendere le loro famiglie con le unghie e con i denti in mezzo alle vie di una città, Raqqa, ormai allo stremo delle forze.

Avevano i volti segnati dalla stanchezza, di chi non può dormire mai, di chi ha visto troppo per la sua età, di chi non voleva vedere tutto quello, ma qualcos’altro, magari totalmente diverso; la stanchezza di essere senza una casa, di vedere morire accanto a te quelli che conosci, che ami, di vedere di fronte a te un nemico che non capisci e non vorresti nemmeno che lo fosse. Allo stesso tempo avevano lo sguardo pieno di orgoglio, di fierezza, perché loro sono lì, e lo hanno anche detto, sono lì in prima linea e stanno facendo un buon lavoro, dicevano, perché stanno resistendo bene e ce la stanno mettendo tutta per il loro popolo.

Belle ragazze, anzi bellissime, quelle bellezze vere, prive ovviamente di ogni tipo di trucco, che nei momenti di riposo sorridono stanche e si acconciano i capelli o si scambiano gli orecchini, vestite con la mimetica e con accanto un fucile di ultima generazione. Non meno femminili di qualche occidentale tutta agghindata con un vestito da sera, anzi, così tremendamente vere da apparire la vera essenza del significato di donna.
Il confronto con le nostre partigiane, quelle dei tempi di Anita o quelle come Luisa, la partigiana goriziana che l’accoglie in casa sua, viene facile; di diverso ci sono solo le armi e le tute, ma per il resto non sono affatto diverse: gli stessi sorrisi fieri, nei momenti di riposo, gli stessi volti segnati, la stessa determinazione e purtroppo anche la stessa età.
E per noi c’è la stessa tenerezza, che scopriamo in noi mentre le guardiamo, la stessa ammirazione, la medesima voglia di poterle aiutare, non perché imbracciano un fucile, perché magari non tutti noi siamo da guerriglia, ma per il loro coraggio e perché vorremmo che non fossero costrette ad essere lì.

Anita… mi dispiace, ma il mondo non è cambiato affatto! Io, come te, non ho imbracciato il fucile, ma perché, per fortuna, tu e quelle come te avete lottato per un mondo migliore e mi avete permesso di vivere in una realtà, dove studiare, divertirsi, innamorarsi, cantare a squarciagola e avere una famiglia è d’obbligo, per le ragazze poco più che ventenni.
Poco più in là però, non troppo lontano da noi, le ragazze sono come quelle che conoscevi tu e io non posso farci nulla e l’unica cosa che mi verrebbe da fare è abbracciarle tutte, per trasmettere loro il mio affetto e la mia stima, e dir loro che, almeno, quello stanno facendo oggi servirà per dare alle loro figlie e nipoti un futuro migliore…chi lo sa poi se sarà così, me lo auguro!

Passione lettura

Oggi parlando con una persona a me vicina mi trovo a ragionare su come ad ognuno piaccia vivere la propria passione per la lettura o per le altre forme artistiche. Io parlo della mia passione per la musica e per alcuni autori in particolare, ma questa persona, che ha una passione forte per la musica, vedo che si sente a disagio, perché non parla volentieri della sua passione, preferisce viverla e non condividerla, come se fosse una comunicazione che avviene solo tra lui e la musica e una relazione così personale ed intima, che parlarne gli sembra quasi di violarla di snaturarla, di toglierle quell’alone di spiritualità, che molti trovano nel rapporto con l’arte.
Mi viene allora in mente che adoro parlare dei libri che ho amato con altre persone che amano leggere, mi piace confrontarmi anche su alcuni specifici libri, ma che in effetti, sia che parli di musica o di libri, non vado mai molto in profondità, svelando la magia che si crea tra me e il brano musicale o tra me e il libro, quella la tengo solo per me, è una cosa molto personale e anch’io scopro che l’amore, che in alcuni casi è vera passione per alcune canzoni o libri è davvero qualcosa che a che fare con la sfera privata, anzi privatissima del mio io.
Poi allora mi ricordo, che per la mia prima e vera inebriante passione, che è il cinema mi comporto e mi sono sempre comportata anche peggio: non ho mai gradito parlare del film appena visto, che so, al cinema ad esempio con le persone che avevo intorno, non sopportavo di uscire dal cinema e sentirmi chiedere: “Piaciuto?” Ah no non c’era domanda più sbagliata per me! Oppure: “A me è piaciuto, l’ho trovato…”, no non potevo e non posso ascoltare, mi infastidisce quasi fisicamente.
Perché? Perché per me è intoccabile, non il film, il libro o la canzone, è intoccabile il mio rapporto con l’arte, è un rapporto a due, sempre, è una cosa che deve rimanere solo mia, nessuno deve intromettersi tra me e le sensazioni che il libro, la canzone o il film mi ha trasmesso, nessuno può comprendere a fondo, il rapporto tra me e quell’oggetto d’arte, e nemmeno io quindi posso comprendere a fondo questo particolare rapporto che instaurano le persone con le loro passioni.
A questo punto mi accorgo che sono la persona meno adatta ai circoli del cinema, ai gruppi di lettura o ai circoli musicali, perché starei sempre zitta e non proporrei nessun argomento e non solo, sarei infastidita dalle parole degli altri e giudicherei magari in modo errato il commento di qualcuno su quel libro o su quell’altro film.
Quindi ora capisco l’atteggiamento di questa persona che non ama parlare di musica con me e mi accorgo di essere esattamente come lui. Questo non significa che non ci possano essere pareri diversi, ovviamente, né che io non sia interessata ai pareri altrui su di un film o un libro, ma per me si devono fermare fino ad un certo punto, finché rimangono giudizi sulla validità o meno dell’opera o sulla qualità, finché non toccano la sfera dei sentimenti, delle emozioni e quindi in realtà di quello di cui si deve occupare esclusivamente l’arte.
Perché non sopporto questa intrusione? Perché con l’arte, in particolare la musica, il cinema e la scrittura, ho un rapporto molto stretto, molto privato, molto profondo.
Non siamo tutti uguali però, per fortuna e ci sono molte persone che amano parlare delle proprie passioni anche profonde, che scaturiscono in loro, nella lettura di un libro o nell’ascolto di una canzone o alla vista di un film, ed è il motivo per cui ci sono tanti gruppi di lettura o musicali o circoli del cinema.
Come siete voi? Ci avete mai pensato? Siete tipi da circolo o no? E fino a che punto vi fa piacere parlare con altri delle vostre passioni letterarie, magari, fino a che punto gradite i commenti degli altri?

La questione Gliuliano-Dalmata

Questo articolo è per entrare un po’ nel vivo della trama di Anita e della guerra Gorizia, altrimenti parlo sempre di me e il libro e diventa un po’ autoreferenziale, come diceva Moretti. La questione giuliano-dalmata, che non si scrive maiuscolo, come nel titolo, ma lì l’ho messo per dare maggiore visibilità, è cosa abbastanza complessa, lunga, anzi direi molto lunga, poco trattata, con grande disappunto delle diverse associazioni dedicate, sparse per l’Italia, e però importante.

Non si studia a scuola, perché i programmi scolastici arrivano fino alla seconda guerra mondiale, ed è già tanto se uno ci arriva alla seconda guerra; non si studia dopo, perché “…figuriamoci se uno studia proprio quelle cose lì, che non interessano a nessuno…”; non si studia mai, perché “…tanto sono troppo pochi i giuliano-dalmati…” e magari uno pensa che si lamentino per così poco, visto che non sono stati sterminati come gli Ebrei.

Nessuno paragonerebbe l’uccisione di tante persone sul confine jugoslavo allo sterminio, così finemente architettato degli Ebrei, ma come si parla delle Fosse Ardeatine, si potrebbero spendere anche due parole per le Foibe o per gli sterminati, che nelle foibe non ci sono nemmeno arrivati. La questione è ancora aperta, anche se sono passati più di 70 anni, non si chiuderà mai probabilmente, perché mai verrà data giustizia alle famiglie delle vittime e mai verrà riconosciuta importanza agli Italiani e agli Jugoslavi che, negli anni, anche prima della seconda guerra, hanno subito maltrattamenti e angherie da una parte e dall’altra.

Purtroppo mi tocca riconoscere che questo oblio è anche colpa della sinistra, intendo della sinistra italiana, perché parlar male dei comunisti di Tito non era cosa gradita alle alte sfere della sinistra, fino a poco tempo fa. Poi…”…beh chi te lo fa fare di ammettere errori passati, quando manco sei stato tu e comunque metterebbero in cattiva luce il partito!…”. I comunisti di Tito erano come i comunisti di Stalin, da condannare incondizionatamente, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, non seguivano certo ideali di sinistra o di destra, erano solo pazzi sanguinari! Come pazzi erano fascisti e nazisti, che si sono macchiati di crimini indecenti.

Io mi sono documentata durante la scrittura del libro, perché sentivo di non saperne abbastanza, e devo dire che quel che ho saputo mi ha amareggiata, confusa e avvilita. Non consiglio a tutti di andare a studiare la storia che non si sa, consiglio solo di avere rispetto per quello che non si conosce, come in tutti gli altri campi. Non si capisce mai perché ci siano tante associazioni di queste persone vissute al confine, si capisce poco perché ci sia questa giornata dedicata alle Foibe, che pochi ricordano e pochi vi danno peso. Più che altro è stata istituita per tenere tranquille le associazioni dei parenti.

Il Friuli Venezia Giulia per gli altri Italiani è una regione un po’ a latere, molto più dell’Alto Adige o della Val D’Aosta; gli Jugoslavi poi dobbiamo ancora capire perché si siano fatti tanta guerra e ora non dobbiamo più chiamarli così, ma dobbiamo distinguere tra Sloveni e Istriani, quando ne sappiamo, altrimenti tagliamo corto dicendo che in Jugoslavia ci sono i Serbi e i Croati. Se fossi una triestina, credo che sarei un po’ infastidita, oppure me ne fregherei del resto dell’Italia; ma invece loro no, loro si sentono Italiani e hanno ragione perché lo sono, non desiderano l’indipendenza, come gli altoatesini, che in gran parte gradirebbero parlare solo tedesco ed essere lasciati in pace.

Il loro dramma di allora e quello degli Sloveni e degli Istriani dall’altra parte è stato quello di trovarsi con una linea, stablita dai governi mondiali, che divideva a metà le loro case, è stato quello di dover cambiare la propria lingua madre improvvisamente, è stato quello di doversene andare dal paese in cui erano nati e non poter tornare più. Il nostro paese non ha difeso e salvaguardato i propri cittadini, il loro paese ha fatto anche peggio, ha lasciato che venissero maltrattati e uccisi, perché politicamente non gli conveniva aiutarli.

Non è una storia tanto diversa da tutte le altre che si sentono raccontare dei luoghi di confine, non è una storia nuova, perché sono passati ormai molti anni, non è nemmeno una storia originale, ma è una storia…è la nostra storia e vale la pena che venga ricordata, anche se crediamo che non ci appartenga più.
Ci appartiene eccome, sarebbe bello se potessimo dire che siamo solo figli di quelli che hanno fatto il Colosseo, la Cupola di San Pietro, l’Aida o l’unità d’Italia, ma invece, purtroppo ci sono stati anche quelli…ce ne vergognamo…almeno la maggior parte di noi, ma non vogliamo saperne di più, perché ci dà fastidio, ci fa impressione o alla peggio ci annoia.

Allora hanno ragione i parenti delle vittime a lottare ancora, per mantenere forte il ricordo!

Non sono una signora

“Non sono una signora” cantava la Berté, era uno dei pezzi che adoravo, la cantava a squarciagola e con una fierezza da far invidia. Era il 1982, avevo solo cinque anni, ma mi dava una carica, che mi veniva voglia di ballare per tutta la stanza! Era fantastica, non per niente l’aveva scritta Ivano Fossati!
L’altro giorno camminavo per andare dal giornalaio e, dato che ero di fretta, tagliai e presi la via del prato, invece di seguire il marciapiede. Mi ritrovai a guardare i miei sandali, che passavano in mezzo all’erba e sentivo sui piedi la dolce sensazione di trovarmi a piedi nudi in mezzo ad un prato, in estate. “Non sono decisamente una signora”, mi venne da pensare, una signora non avrebbe mai preso la via del prato, col rischio di sporcarsi i sandali o i pantaloni o di bloccarsi col tacco. Quest’anno compio quarant’anni e dovrei finalmente esserlo una signora, si addice alla mia età.

Anita non ne aveva ancora quaranta quando ha affrontato il viaggio in cerca di Mario, non ne aveva ancora quaranta quando andava in bicicletta sotto le bombe da Genova a Borgofornari, dove la famiglia era sfollata, non ne aveva ancora quaranta quando ha nascosto i suoi figli sotto il letto e affrontato i Tedeschi ubriachi, che pretendevano una cena. Io non credo che sarei stata capace di affrontare tutto quello; forse ognuno di noi ha una forza dentro di sé, che può essere più o meno, a seconda del carattere, forse invece sono le situazioni di fronte alle quali ci troviamo, che ci trasmettono la forza per affrontarle, forse uno il coraggio ce l’ha fin da piccolo o forse se lo costruisce man mano.

Anita era una donna forte, coraggiosa, ma probabilmente tutto il coraggio che ha dovuto sfoderare, per superare quelle situazioni così difficili, l’ha consumata e l’ha resa più fredda, rigida. Tutti noi di fronte a grandi prove della vita, una volta superate, ci ritroviamo più rigidi, più coriacei, più insensibili, per autoconservazione, per non perdere pezzi di noi, per non essere nuovamente offesi da un altro dolore, da una nuova sofferenza.

Il mondo di oggi non è così difficile come quello di Anita, eppure anche oggi abbiamo le nostre montagne da scalare, i nostri ostacoli da superare e le nostre ferite da curare. Forse anch’io come Anita negli anni sono diventata più severa, mi sono irrigidita, per non soffrire più, per non essere così gratuitamente esposta al dolore, il mio fisico è meno elastico ed io con lui.

Forse… o forse no, forse ho imbrogliato il tempo, non fisicamente, è chiaro, ma mentalmente sì: scrivere “Anita” mi ha fatto esplodere e ritrovare la famosa linfa vitale di cui tutti parlano; non mi ha reso più giovane allo specchio, ahimé, ma mi ha sciolto tutta quella rigidità accumulata negli anni, mi ha permesso di dare meno peso a tante cose e dare importanza ad altre. Di ragionare su alcune cose vissute, di vederle con altri occhi: guardare nel passato è un po’ come guardare dall’alto, vedi gli avvenimenti da un’altra prospettiva e cambi l’opinione che ti eri fatta.

Anita, come me, non era una signora; certo, non metteva i pantaloni volentieri, solo gonne, portava i tacchi, anche se tacchi piuttosto bassi, ma non erano i tempi del tacco 12, si vestiva sempre in modo distinto e mai trasandato, ma, se c’era bisogno, era capace di adattarsi alle situazioni e di sporcarsi i pantaloni ed anche le mani!

Forse essere signore non è quello che intende la Berté, o meglio forse le vere signore non sono quelle che si vestono in modo distinto e non si macchiano, forse essere una signora vuol dire essere “…una per cui la guerra non è mai finita…” e che ogni giorno, con coraggio affronta le piccole difficoltà quotidiane, senza perdersi mai.

Di una cosa sono sicura: io non lo sono ancora diventata una signora e non credo che lo sarò mai, penso che continuerò a cantare a squarciagola e a passare per i prati!

Le ragazze del muretto

Quando ero ragazzina esisteva un telefilm che si intitolava “I ragazzi del muretto”, io non lo guardavo mai, non lo sopportavo granché, sapevo di cosa trattasse, ma forse ero troppo piccola per interessarmi tanto. Trattava di amicizie di scuola, alle superiori credo.

Quelle del titolo invece siamo io e la mia migliore amica, che, non volendo siamo state per anni “ragazze del muretto”, perché per anni ci siamo sedute tutti i giorni su un muretto che si trovava esattamente a metà, come distanza, tra casa sua e casa mia. Era come il bar degli amici, solo che eravamo solo noi due e quel muretto lo occupavamo solo noi. Ce lo ricordiamo ancora e siamo rimaste, per fortuna, legate tanto a quel ricordo, che ancora adesso quando ci vediamo, sembra di tornare là… su quel muretto.

La parola muretto ormai sa quasi di antico, non perché di muretti non ne esistano più, ma perché oggi sono forse pochi i bambini che si trovano a chiacchierare su un muretto, o forse lo sembra a me, perché non sono più bambina. Ad ogni modo la parola muretto mi sembra quasi come la parola lavatoio, come se appartenesse ad un’altra epoca, come le 20 lire per comprare i dolcetti dal tabaccaio.

Non sono in vena di nostalgie, mi è solo venuto in mente che anche Anita, un po’ come me, aveva la sua “ragazza del muretto”: non si erano conosciute da bambine, ai tempi del muretto, ma sicuramente si saranno fermate a chiacchierare su qualche muretto di Genova, di cose importanti, ma anche di sciocchezze da ragazze. Si erano conosciute all’università e dovevano sentirsi fiere come delle eroine, perché ai loro tempi erano solo 4 le donne che frequentavano la Facoltà di Medicina a Genova. Erano amiche per la pelle, come si dice da ragazzi, si stimavano e si adoravano, avevano instaurato un legame che durò fino alla fine della loro vita.

L’altra era Ebrea e questo aveva un significato ben preciso durante il fascismo, Anita la aiutò a nascondersi con la sua famiglia in un garage nella periferia di Genova, durante il periodo più difficile, quello delle deportazioni. Quelle storie un po’ da film, che invece sono accadute veramente e che ancora oggi, quando le senti raccontare, ti impressionano. Lei si salvò e fu grata ad Anita per tutto il resto dei suoi giorni. Ma il legame non era basato su quello, era già stretto e forte da prima e Anita l’avrebbe salvata anche dal fuoco, se fosse stato necessario. Erano inseparabili, anche in vecchiaia si facevano delle telefonate che duravano a lungo, come fanno le vere amiche. Forse, dopo la famiglia, fu il legame più stretto per Anita: per lei forse era anche un po’ l’estensione di se stessa, della sua intelligenza, del suo essere, quasi come guardarsi allo specchio e riconoscersi a metà, ma la metà giusta, quella che si apprezza.

Io la mia “ragazza del muretto”, la mia metà dello specchio, ce l’ho ancora e farò come Anita, me la terrò per sempre accanto fino alla fine dei nostri giorni; non siamo più sul muretto, ma lei è sempre lì ed è come se ci fossimo ancora sedute.

Dedico questo post a tutte ‘le ragazze del muretto’, di tutte le età e naturalmente alla mia!!!

La fatica del self publisher

Improvvisamente ti trovi un commento più che lusinghiero riguardo al tuo libro, da parte della tua più cara amica su Facebook e, invece che pensare che lo fa perché ti vuole bene, ritrovi freschezza e forza dentro di te per andare avanti in questo viaggio difficile, che è la promozione del tuo libro. Ti danni, fai di tutto, sei sola in questo viaggio, tu e la tua protagonista, che cerchi di umanizzare il più possibile, per sentirti in compagnia e sentire che qualcuno lotta con te.

Sei un self publishing, quindi per definizione non interessi a nessuno, perché tutti pensano che tu l’abbia fatto perché nessuna casa editrice ti ha dato alcuna chance. Non è così, le case editrici si prendono tempi molto lunghi e spesso prendono in considerazione testi o autori di cui già si sente parlare in giro. Così decidi di provare entrambe le vie: le case editrici e, mentre aspetti, l’autoproduzione, per la quale però ti devi dar da fare a pubblicizzare il tuo libro in tutti i modi possibili; allora impari come si stilano i comunicati stampa, a chi si devono mandare, come, impari ad usare tutti i social, che prima usavi quasi per gioco, per una finalità ben precisa e più che seria per te!

Vieni invitata a qualche presentazione di qualche libreria, poche, sempre troppo poche e d’altra parte ci credono poco anche loro, non tanto al tuo libro, di cui difficilmente hanno letto almeno la quarta di copertina, ma alla vendita dei loro prodotti, dei libri, alle presentazioni e alla fiducia nei lettori.
Le presentazioni vanno bene, vanno male, ti fai il tuo sito, il tuo blog e, tra tutti gli impegni, cerchi di tenerlo più aggiornato possibile, perché è questo che hai letto tra gli innumerevoli consigli, che si sprecano sul web, per gli autori emergenti.

Tu ci credi ancora nel tuo libro, in quello che hai scritto, perché ci hai messo il cuore e ti ci sei impegnata a fondo, ma a volto lo sconforto è dietro l’angolo; poi qualcuno ti fa notare una pagina tra le tante che hai scritto, forse quella che ti è venuta meglio o forse quella che è stata più significativa per questa persona e pensi che non sia affatto male! Non che tu sia la Morante, chiaro, ma niente ti sembra più incoraggiante di questo: metterti di fronte il tuo testo e dimostrarti che hai fatto un buon lavoro e che quello che hai scritto pò dare delle emozioni!

E allora direi Cri V. grazie infinite per il tuo sostegno continuo, che arriva sempre nei momenti più adatti! Questo post è tutto per te e per coloro che, ogni tanto, con poche parole, riescono a dare uno slancio in più a qualcuno che si stava perdendo!

#ilviaggiodianita continua… anche grazie a Cri V.



Da dove tutto è cominciato

Riparto ora da Roma, dove tutto è cominciato 15 anni fa, con la prima bozza di Anita, quando era solo un canovaccio o neanche quello, scritto a mano su un quadernetto e non pensavo sarebbe mai diventato un libro, né che qualcuno lo avrebbe letto e apprezzato. Ho fatto una presentazione molto piacevole in un caffè letterario, il Black out – Libri at Caffé, dove la parola d’ordine è il piacere di stare insieme e di ascoltarsi. Mi ha fatto delle domande sul libro una giornalista, Alessandra Bernardo, di una rivista on line Ghigliottina, che si è dimostrata estremamente preparata e si è appassionata al libro, come mai avrei sperato: domande molto intelligenti che mi hanno fatto intendere che sono riuscita a trasmettere proprio quello che volevo con il mio scritto. Una giovane o semi giovane della mia età, che nonostante non abbia vissuto nulla di quel tempo raccontato in Anita, si è scoperta molto interessata e coinvolta. Ho parlato a pochi intimi e uno dormiva profumatamente, ma io ero al settimo cielo perché potevo raccontare e perché altri erano interessati e seguivano con attenzione.  Torno a casa con una copia sola di Anita, direi un buon bottino e una grande soddisfazione!
La settimana prossima ci aspetta un’altra presentazione a Torino, nella culla della letteratura, proprio in occasione del Salone internazionale del Libro, che emozione!