Le donne Yazide

Oggi ho visto su un video sulle donne Yazide, sono una persona che cerca di tenersi informata il più possibile, ma non sono certo una che divora quotidiani dalla mattina alla sera, quindi per me le donne Yazide erano un’entità sconosciuta e lo dico con un velo di vergogna, chiaramente.
Non so quanti di voi ne conoscano l’esistenza, ma sono reali e sono una di quelle realtà che pochi conoscono e che invece sono da ammirare o da cui imparare qualcosa. Il video era un documento realizzato in occasione di una mostra fotografica promossa dall’Unicef, perché, come spesso capita quando sono nominate le donne, queste sono donne che soffrono e combattono, per questo dicevo che sono da ammirare. Sono tenute in campi profughi insieme ai loro uomini, figli, genitori, in Iraq, confinati dall’Isis; le foto sono belle, molto belle, perché danno la misura della sofferenza di questo popolo, ma anche della loro voglia di sopravvivere, di lottare e di tornare alle loro case, un giorno.

Ma il video era speciale, perché parlava delle donne combattenti: ragazze molto più giovani di me, più o meno ventenni o poco più, vestite come soldati, con un fucile sulla spalla, che in un momento di pausa dagli attacchi, si lasciavano andare a risate e chiacchiere con le compagne e con i giornalisti. Donne…ragazze…a cui viene negato tutto quello che potrebbero fare delle ragazze normali in un altro paese: andare al cinema, studiare, uscire con gli amici, innamorarsi, ridere, ballare, vivere l’età più bella a loro concessa dalla vita. No…sono lì e sono lì perché devono difendere i loro territori dall’Isis, devono difendere le loro famiglie con le unghie e con i denti in mezzo alle vie di una città, Raqqa, ormai allo stremo delle forze.

Avevano i volti segnati dalla stanchezza, di chi non può dormire mai, di chi ha visto troppo per la sua età, di chi non voleva vedere tutto quello, ma qualcos’altro, magari totalmente diverso; la stanchezza di essere senza una casa, di vedere morire accanto a te quelli che conosci, che ami, di vedere di fronte a te un nemico che non capisci e non vorresti nemmeno che lo fosse. Allo stesso tempo avevano lo sguardo pieno di orgoglio, di fierezza, perché loro sono lì, e lo hanno anche detto, sono lì in prima linea e stanno facendo un buon lavoro, dicevano, perché stanno resistendo bene e ce la stanno mettendo tutta per il loro popolo.

Belle ragazze, anzi bellissime, quelle bellezze vere, prive ovviamente di ogni tipo di trucco, che nei momenti di riposo sorridono stanche e si acconciano i capelli o si scambiano gli orecchini, vestite con la mimetica e con accanto un fucile di ultima generazione. Non meno femminili di qualche occidentale tutta agghindata con un vestito da sera, anzi, così tremendamente vere da apparire la vera essenza del significato di donna.
Il confronto con le nostre partigiane, quelle dei tempi di Anita o quelle come Luisa, la partigiana goriziana che l’accoglie in casa sua, viene facile; di diverso ci sono solo le armi e le tute, ma per il resto non sono affatto diverse: gli stessi sorrisi fieri, nei momenti di riposo, gli stessi volti segnati, la stessa determinazione e purtroppo anche la stessa età.
E per noi c’è la stessa tenerezza, che scopriamo in noi mentre le guardiamo, la stessa ammirazione, la medesima voglia di poterle aiutare, non perché imbracciano un fucile, perché magari non tutti noi siamo da guerriglia, ma per il loro coraggio e perché vorremmo che non fossero costrette ad essere lì.

Anita… mi dispiace, ma il mondo non è cambiato affatto! Io, come te, non ho imbracciato il fucile, ma perché, per fortuna, tu e quelle come te avete lottato per un mondo migliore e mi avete permesso di vivere in una realtà, dove studiare, divertirsi, innamorarsi, cantare a squarciagola e avere una famiglia è d’obbligo, per le ragazze poco più che ventenni.
Poco più in là però, non troppo lontano da noi, le ragazze sono come quelle che conoscevi tu e io non posso farci nulla e l’unica cosa che mi verrebbe da fare è abbracciarle tutte, per trasmettere loro il mio affetto e la mia stima, e dir loro che, almeno, quello stanno facendo oggi servirà per dare alle loro figlie e nipoti un futuro migliore…chi lo sa poi se sarà così, me lo auguro!

Passione lettura

Oggi parlando con una persona a me vicina mi trovo a ragionare su come ad ognuno piaccia vivere la propria passione per la lettura o per le altre forme artistiche. Io parlo della mia passione per la musica e per alcuni autori in particolare, ma questa persona, che ha una passione forte per la musica, vedo che si sente a disagio, perché non parla volentieri della sua passione, preferisce viverla e non condividerla, come se fosse una comunicazione che avviene solo tra lui e la musica e una relazione così personale ed intima, che parlarne gli sembra quasi di violarla di snaturarla, di toglierle quell’alone di spiritualità, che molti trovano nel rapporto con l’arte.
Mi viene allora in mente che adoro parlare dei libri che ho amato con altre persone che amano leggere, mi piace confrontarmi anche su alcuni specifici libri, ma che in effetti, sia che parli di musica o di libri, non vado mai molto in profondità, svelando la magia che si crea tra me e il brano musicale o tra me e il libro, quella la tengo solo per me, è una cosa molto personale e anch’io scopro che l’amore, che in alcuni casi è vera passione per alcune canzoni o libri è davvero qualcosa che a che fare con la sfera privata, anzi privatissima del mio io.
Poi allora mi ricordo, che per la mia prima e vera inebriante passione, che è il cinema mi comporto e mi sono sempre comportata anche peggio: non ho mai gradito parlare del film appena visto, che so, al cinema ad esempio con le persone che avevo intorno, non sopportavo di uscire dal cinema e sentirmi chiedere: “Piaciuto?” Ah no non c’era domanda più sbagliata per me! Oppure: “A me è piaciuto, l’ho trovato…”, no non potevo e non posso ascoltare, mi infastidisce quasi fisicamente.
Perché? Perché per me è intoccabile, non il film, il libro o la canzone, è intoccabile il mio rapporto con l’arte, è un rapporto a due, sempre, è una cosa che deve rimanere solo mia, nessuno deve intromettersi tra me e le sensazioni che il libro, la canzone o il film mi ha trasmesso, nessuno può comprendere a fondo, il rapporto tra me e quell’oggetto d’arte, e nemmeno io quindi posso comprendere a fondo questo particolare rapporto che instaurano le persone con le loro passioni.
A questo punto mi accorgo che sono la persona meno adatta ai circoli del cinema, ai gruppi di lettura o ai circoli musicali, perché starei sempre zitta e non proporrei nessun argomento e non solo, sarei infastidita dalle parole degli altri e giudicherei magari in modo errato il commento di qualcuno su quel libro o su quell’altro film.
Quindi ora capisco l’atteggiamento di questa persona che non ama parlare di musica con me e mi accorgo di essere esattamente come lui. Questo non significa che non ci possano essere pareri diversi, ovviamente, né che io non sia interessata ai pareri altrui su di un film o un libro, ma per me si devono fermare fino ad un certo punto, finché rimangono giudizi sulla validità o meno dell’opera o sulla qualità, finché non toccano la sfera dei sentimenti, delle emozioni e quindi in realtà di quello di cui si deve occupare esclusivamente l’arte.
Perché non sopporto questa intrusione? Perché con l’arte, in particolare la musica, il cinema e la scrittura, ho un rapporto molto stretto, molto privato, molto profondo.
Non siamo tutti uguali però, per fortuna e ci sono molte persone che amano parlare delle proprie passioni anche profonde, che scaturiscono in loro, nella lettura di un libro o nell’ascolto di una canzone o alla vista di un film, ed è il motivo per cui ci sono tanti gruppi di lettura o musicali o circoli del cinema.
Come siete voi? Ci avete mai pensato? Siete tipi da circolo o no? E fino a che punto vi fa piacere parlare con altri delle vostre passioni letterarie, magari, fino a che punto gradite i commenti degli altri?

La questione Gliuliano-Dalmata

Questo articolo è per entrare un po’ nel vivo della trama di Anita e della guerra Gorizia, altrimenti parlo sempre di me e il libro e diventa un po’ autoreferenziale, come diceva Moretti. La questione giuliano-dalmata, che non si scrive maiuscolo, come nel titolo, ma lì l’ho messo per dare maggiore visibilità, è cosa abbastanza complessa, lunga, anzi direi molto lunga, poco trattata, con grande disappunto delle diverse associazioni dedicate, sparse per l’Italia, e però importante.

Non si studia a scuola, perché i programmi scolastici arrivano fino alla seconda guerra mondiale, ed è già tanto se uno ci arriva alla seconda guerra; non si studia dopo, perché “…figuriamoci se uno studia proprio quelle cose lì, che non interessano a nessuno…”; non si studia mai, perché “…tanto sono troppo pochi i giuliano-dalmati…” e magari uno pensa che si lamentino per così poco, visto che non sono stati sterminati come gli Ebrei.

Nessuno paragonerebbe l’uccisione di tante persone sul confine jugoslavo allo sterminio, così finemente architettato degli Ebrei, ma come si parla delle Fosse Ardeatine, si potrebbero spendere anche due parole per le Foibe o per gli sterminati, che nelle foibe non ci sono nemmeno arrivati. La questione è ancora aperta, anche se sono passati più di 70 anni, non si chiuderà mai probabilmente, perché mai verrà data giustizia alle famiglie delle vittime e mai verrà riconosciuta importanza agli Italiani e agli Jugoslavi che, negli anni, anche prima della seconda guerra, hanno subito maltrattamenti e angherie da una parte e dall’altra.

Purtroppo mi tocca riconoscere che questo oblio è anche colpa della sinistra, intendo della sinistra italiana, perché parlar male dei comunisti di Tito non era cosa gradita alle alte sfere della sinistra, fino a poco tempo fa. Poi…”…beh chi te lo fa fare di ammettere errori passati, quando manco sei stato tu e comunque metterebbero in cattiva luce il partito!…”. I comunisti di Tito erano come i comunisti di Stalin, da condannare incondizionatamente, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, non seguivano certo ideali di sinistra o di destra, erano solo pazzi sanguinari! Come pazzi erano fascisti e nazisti, che si sono macchiati di crimini indecenti.

Io mi sono documentata durante la scrittura del libro, perché sentivo di non saperne abbastanza, e devo dire che quel che ho saputo mi ha amareggiata, confusa e avvilita. Non consiglio a tutti di andare a studiare la storia che non si sa, consiglio solo di avere rispetto per quello che non si conosce, come in tutti gli altri campi. Non si capisce mai perché ci siano tante associazioni di queste persone vissute al confine, si capisce poco perché ci sia questa giornata dedicata alle Foibe, che pochi ricordano e pochi vi danno peso. Più che altro è stata istituita per tenere tranquille le associazioni dei parenti.

Il Friuli Venezia Giulia per gli altri Italiani è una regione un po’ a latere, molto più dell’Alto Adige o della Val D’Aosta; gli Jugoslavi poi dobbiamo ancora capire perché si siano fatti tanta guerra e ora non dobbiamo più chiamarli così, ma dobbiamo distinguere tra Sloveni e Istriani, quando ne sappiamo, altrimenti tagliamo corto dicendo che in Jugoslavia ci sono i Serbi e i Croati. Se fossi una triestina, credo che sarei un po’ infastidita, oppure me ne fregherei del resto dell’Italia; ma invece loro no, loro si sentono Italiani e hanno ragione perché lo sono, non desiderano l’indipendenza, come gli altoatesini, che in gran parte gradirebbero parlare solo tedesco ed essere lasciati in pace.

Il loro dramma di allora e quello degli Sloveni e degli Istriani dall’altra parte è stato quello di trovarsi con una linea, stablita dai governi mondiali, che divideva a metà le loro case, è stato quello di dover cambiare la propria lingua madre improvvisamente, è stato quello di doversene andare dal paese in cui erano nati e non poter tornare più. Il nostro paese non ha difeso e salvaguardato i propri cittadini, il loro paese ha fatto anche peggio, ha lasciato che venissero maltrattati e uccisi, perché politicamente non gli conveniva aiutarli.

Non è una storia tanto diversa da tutte le altre che si sentono raccontare dei luoghi di confine, non è una storia nuova, perché sono passati ormai molti anni, non è nemmeno una storia originale, ma è una storia…è la nostra storia e vale la pena che venga ricordata, anche se crediamo che non ci appartenga più.
Ci appartiene eccome, sarebbe bello se potessimo dire che siamo solo figli di quelli che hanno fatto il Colosseo, la Cupola di San Pietro, l’Aida o l’unità d’Italia, ma invece, purtroppo ci sono stati anche quelli…ce ne vergognamo…almeno la maggior parte di noi, ma non vogliamo saperne di più, perché ci dà fastidio, ci fa impressione o alla peggio ci annoia.

Allora hanno ragione i parenti delle vittime a lottare ancora, per mantenere forte il ricordo!

Non sono una signora

“Non sono una signora” cantava la Berté, era uno dei pezzi che adoravo, la cantava a squarciagola e con una fierezza da far invidia. Era il 1982, avevo solo cinque anni, ma mi dava una carica, che mi veniva voglia di ballare per tutta la stanza! Era fantastica, non per niente l’aveva scritta Ivano Fossati!
L’altro giorno camminavo per andare dal giornalaio e, dato che ero di fretta, tagliai e presi la via del prato, invece di seguire il marciapiede. Mi ritrovai a guardare i miei sandali, che passavano in mezzo all’erba e sentivo sui piedi la dolce sensazione di trovarmi a piedi nudi in mezzo ad un prato, in estate. “Non sono decisamente una signora”, mi venne da pensare, una signora non avrebbe mai preso la via del prato, col rischio di sporcarsi i sandali o i pantaloni o di bloccarsi col tacco. Quest’anno compio quarant’anni e dovrei finalmente esserlo una signora, si addice alla mia età.

Anita non ne aveva ancora quaranta quando ha affrontato il viaggio in cerca di Mario, non ne aveva ancora quaranta quando andava in bicicletta sotto le bombe da Genova a Borgofornari, dove la famiglia era sfollata, non ne aveva ancora quaranta quando ha nascosto i suoi figli sotto il letto e affrontato i Tedeschi ubriachi, che pretendevano una cena. Io non credo che sarei stata capace di affrontare tutto quello; forse ognuno di noi ha una forza dentro di sé, che può essere più o meno, a seconda del carattere, forse invece sono le situazioni di fronte alle quali ci troviamo, che ci trasmettono la forza per affrontarle, forse uno il coraggio ce l’ha fin da piccolo o forse se lo costruisce man mano.

Anita era una donna forte, coraggiosa, ma probabilmente tutto il coraggio che ha dovuto sfoderare, per superare quelle situazioni così difficili, l’ha consumata e l’ha resa più fredda, rigida. Tutti noi di fronte a grandi prove della vita, una volta superate, ci ritroviamo più rigidi, più coriacei, più insensibili, per autoconservazione, per non perdere pezzi di noi, per non essere nuovamente offesi da un altro dolore, da una nuova sofferenza.

Il mondo di oggi non è così difficile come quello di Anita, eppure anche oggi abbiamo le nostre montagne da scalare, i nostri ostacoli da superare e le nostre ferite da curare. Forse anch’io come Anita negli anni sono diventata più severa, mi sono irrigidita, per non soffrire più, per non essere così gratuitamente esposta al dolore, il mio fisico è meno elastico ed io con lui.

Forse… o forse no, forse ho imbrogliato il tempo, non fisicamente, è chiaro, ma mentalmente sì: scrivere “Anita” mi ha fatto esplodere e ritrovare la famosa linfa vitale di cui tutti parlano; non mi ha reso più giovane allo specchio, ahimé, ma mi ha sciolto tutta quella rigidità accumulata negli anni, mi ha permesso di dare meno peso a tante cose e dare importanza ad altre. Di ragionare su alcune cose vissute, di vederle con altri occhi: guardare nel passato è un po’ come guardare dall’alto, vedi gli avvenimenti da un’altra prospettiva e cambi l’opinione che ti eri fatta.

Anita, come me, non era una signora; certo, non metteva i pantaloni volentieri, solo gonne, portava i tacchi, anche se tacchi piuttosto bassi, ma non erano i tempi del tacco 12, si vestiva sempre in modo distinto e mai trasandato, ma, se c’era bisogno, era capace di adattarsi alle situazioni e di sporcarsi i pantaloni ed anche le mani!

Forse essere signore non è quello che intende la Berté, o meglio forse le vere signore non sono quelle che si vestono in modo distinto e non si macchiano, forse essere una signora vuol dire essere “…una per cui la guerra non è mai finita…” e che ogni giorno, con coraggio affronta le piccole difficoltà quotidiane, senza perdersi mai.

Di una cosa sono sicura: io non lo sono ancora diventata una signora e non credo che lo sarò mai, penso che continuerò a cantare a squarciagola e a passare per i prati!

Le ragazze del muretto

Quando ero ragazzina esisteva un telefilm che si intitolava “I ragazzi del muretto”, io non lo guardavo mai, non lo sopportavo granché, sapevo di cosa trattasse, ma forse ero troppo piccola per interessarmi tanto. Trattava di amicizie di scuola, alle superiori credo.

Quelle del titolo invece siamo io e la mia migliore amica, che, non volendo siamo state per anni “ragazze del muretto”, perché per anni ci siamo sedute tutti i giorni su un muretto che si trovava esattamente a metà, come distanza, tra casa sua e casa mia. Era come il bar degli amici, solo che eravamo solo noi due e quel muretto lo occupavamo solo noi. Ce lo ricordiamo ancora e siamo rimaste, per fortuna, legate tanto a quel ricordo, che ancora adesso quando ci vediamo, sembra di tornare là… su quel muretto.

La parola muretto ormai sa quasi di antico, non perché di muretti non ne esistano più, ma perché oggi sono forse pochi i bambini che si trovano a chiacchierare su un muretto, o forse lo sembra a me, perché non sono più bambina. Ad ogni modo la parola muretto mi sembra quasi come la parola lavatoio, come se appartenesse ad un’altra epoca, come le 20 lire per comprare i dolcetti dal tabaccaio.

Non sono in vena di nostalgie, mi è solo venuto in mente che anche Anita, un po’ come me, aveva la sua “ragazza del muretto”: non si erano conosciute da bambine, ai tempi del muretto, ma sicuramente si saranno fermate a chiacchierare su qualche muretto di Genova, di cose importanti, ma anche di sciocchezze da ragazze. Si erano conosciute all’università e dovevano sentirsi fiere come delle eroine, perché ai loro tempi erano solo 4 le donne che frequentavano la Facoltà di Medicina a Genova. Erano amiche per la pelle, come si dice da ragazzi, si stimavano e si adoravano, avevano instaurato un legame che durò fino alla fine della loro vita.

L’altra era Ebrea e questo aveva un significato ben preciso durante il fascismo, Anita la aiutò a nascondersi con la sua famiglia in un garage nella periferia di Genova, durante il periodo più difficile, quello delle deportazioni. Quelle storie un po’ da film, che invece sono accadute veramente e che ancora oggi, quando le senti raccontare, ti impressionano. Lei si salvò e fu grata ad Anita per tutto il resto dei suoi giorni. Ma il legame non era basato su quello, era già stretto e forte da prima e Anita l’avrebbe salvata anche dal fuoco, se fosse stato necessario. Erano inseparabili, anche in vecchiaia si facevano delle telefonate che duravano a lungo, come fanno le vere amiche. Forse, dopo la famiglia, fu il legame più stretto per Anita: per lei forse era anche un po’ l’estensione di se stessa, della sua intelligenza, del suo essere, quasi come guardarsi allo specchio e riconoscersi a metà, ma la metà giusta, quella che si apprezza.

Io la mia “ragazza del muretto”, la mia metà dello specchio, ce l’ho ancora e farò come Anita, me la terrò per sempre accanto fino alla fine dei nostri giorni; non siamo più sul muretto, ma lei è sempre lì ed è come se ci fossimo ancora sedute.

Dedico questo post a tutte ‘le ragazze del muretto’, di tutte le età e naturalmente alla mia!!!

La fatica del self publisher

Improvvisamente ti trovi un commento più che lusinghiero riguardo al tuo libro, da parte della tua più cara amica su Facebook e, invece che pensare che lo fa perché ti vuole bene, ritrovi freschezza e forza dentro di te per andare avanti in questo viaggio difficile, che è la promozione del tuo libro. Ti danni, fai di tutto, sei sola in questo viaggio, tu e la tua protagonista, che cerchi di umanizzare il più possibile, per sentirti in compagnia e sentire che qualcuno lotta con te.

Sei un self publishing, quindi per definizione non interessi a nessuno, perché tutti pensano che tu l’abbia fatto perché nessuna casa editrice ti ha dato alcuna chance. Non è così, le case editrici si prendono tempi molto lunghi e spesso prendono in considerazione testi o autori di cui già si sente parlare in giro. Così decidi di provare entrambe le vie: le case editrici e, mentre aspetti, l’autoproduzione, per la quale però ti devi dar da fare a pubblicizzare il tuo libro in tutti i modi possibili; allora impari come si stilano i comunicati stampa, a chi si devono mandare, come, impari ad usare tutti i social, che prima usavi quasi per gioco, per una finalità ben precisa e più che seria per te!

Vieni invitata a qualche presentazione di qualche libreria, poche, sempre troppo poche e d’altra parte ci credono poco anche loro, non tanto al tuo libro, di cui difficilmente hanno letto almeno la quarta di copertina, ma alla vendita dei loro prodotti, dei libri, alle presentazioni e alla fiducia nei lettori.
Le presentazioni vanno bene, vanno male, ti fai il tuo sito, il tuo blog e, tra tutti gli impegni, cerchi di tenerlo più aggiornato possibile, perché è questo che hai letto tra gli innumerevoli consigli, che si sprecano sul web, per gli autori emergenti.

Tu ci credi ancora nel tuo libro, in quello che hai scritto, perché ci hai messo il cuore e ti ci sei impegnata a fondo, ma a volto lo sconforto è dietro l’angolo; poi qualcuno ti fa notare una pagina tra le tante che hai scritto, forse quella che ti è venuta meglio o forse quella che è stata più significativa per questa persona e pensi che non sia affatto male! Non che tu sia la Morante, chiaro, ma niente ti sembra più incoraggiante di questo: metterti di fronte il tuo testo e dimostrarti che hai fatto un buon lavoro e che quello che hai scritto pò dare delle emozioni!

E allora direi Cri V. grazie infinite per il tuo sostegno continuo, che arriva sempre nei momenti più adatti! Questo post è tutto per te e per coloro che, ogni tanto, con poche parole, riescono a dare uno slancio in più a qualcuno che si stava perdendo!

#ilviaggiodianita continua… anche grazie a Cri V.



Da dove tutto è cominciato

Riparto ora da Roma, dove tutto è cominciato 15 anni fa, con la prima bozza di Anita, quando era solo un canovaccio o neanche quello, scritto a mano su un quadernetto e non pensavo sarebbe mai diventato un libro, né che qualcuno lo avrebbe letto e apprezzato. Ho fatto una presentazione molto piacevole in un caffè letterario, il Black out – Libri at Caffé, dove la parola d’ordine è il piacere di stare insieme e di ascoltarsi. Mi ha fatto delle domande sul libro una giornalista, Alessandra Bernardo, di una rivista on line Ghigliottina, che si è dimostrata estremamente preparata e si è appassionata al libro, come mai avrei sperato: domande molto intelligenti che mi hanno fatto intendere che sono riuscita a trasmettere proprio quello che volevo con il mio scritto. Una giovane o semi giovane della mia età, che nonostante non abbia vissuto nulla di quel tempo raccontato in Anita, si è scoperta molto interessata e coinvolta. Ho parlato a pochi intimi e uno dormiva profumatamente, ma io ero al settimo cielo perché potevo raccontare e perché altri erano interessati e seguivano con attenzione.  Torno a casa con una copia sola di Anita, direi un buon bottino e una grande soddisfazione!
La settimana prossima ci aspetta un’altra presentazione a Torino, nella culla della letteratura, proprio in occasione del Salone internazionale del Libro, che emozione!



Riflessioni…del sabato di Pasqua

Per una che la Pasqua non la sente per nulla, le riflessioni di Pasqua non dovrebbero essere così importanti, è vero infatti che le mie riflessioni sono di venerdì, ovvero di ieri sera, che, se mi ricordo ancora qualcosa di religione, era venerdì santo, ancora più importante per le riflessioni, direi. Ma le riflessioni non hanno nulla a che fare con la Pasqua, hanno a che fare invece con l’arte, il cinema, la letteratura e il mondo di oggi, in cui mi trovo a vivere: sto preparando un discorso e un lavoro per una conferenza e per questo ho dovuto visionare dei video di vecchi film, capolavori che…come quelli non se ne faranno più! Film che avevo già visto, più volte, quindi nulla di nuovo per me, di nuovo c’era la disillusione, l’atteggiamento che negli ultimi anni, penso sia venuto a tanti come me.
Siamo davvero pronti e in grado di vedere ancora quelle cose? Vogliamo ancora che l’arte ci sconvolga e ci apra gli occhi e ancora ci informi come faceva una volta?
Perché me lo chiedo? Perché la mia Anita ha fatto il suo viaggio con tutta la paura che poteva avere, ma senza fermarsi, quella paura se l’è portata dietro, come lo zaino che aveva in spalle, e viveva in un periodo in cui c’era davvero da aver paura.
Ho rivisto “La ciociara”, “I 400 colpi” e altri, e mi sono venuti alla memoria altri film come “Roma città aperta”, anch’esso ambientato durante la seconda guerra mondiale, come d’altra parte il mio libro.
Non ce l’ho fatta più, non sono riuscita a vederli con distacco, quasi mi hanno infastidito per avermi scossa in quel modo, erano così reali, così perfetti, anche nel descrivere il momento, che sono rimasta ammutolita.
Per questo mi chiedo: abbiamo ancora la forza, ma soprattutto la voglia di sopportare la realtà nei suoi aspetti più crudi? Forse siamo in grado di guardare i telegiornali, anche se so che molti della mia età non lo fanno proprio per poca voglia e per fastidio. Abbiamo ancora esigenza che l’arte e le forme di intrattenimento ci mettano davanti il nostro mondo nella sua verità? O invece preferiamo imbottirci di serie televisive patinate, film tutti un po’ leggeri e un po’ superficiali, che non ci impegnino più di tanto, libri un po’ sciocchi, soprattutto gialli e polizieschi, con i quali colmare il nostro bisogno estremo di evasione, di totale spegnimento del cervello.
Anita pensava, ragionava, era fiera di poterlo fare, si informava, leggeva i giornali, votava con coscienza e con la voglia di farlo e le donne come lei facevano anche meglio, scrivevano con impegno, raccontavano al mondo la profondità dei sentimenti e del potere dell’intelletto umano e lo stesso faceva la generazione che è venuta dopo di lei.
Io non so darmi una spiegazione chiara, ma credo che la mia generazione abbia decisamente mollato gli ormeggi e si stia lasciando navigare alla deriva, senza remare né da una parte né dall’altra, come se non vedesse terra all’orizzonte, quindi nessuna speranza; ha perso fiducia in ogni cosa ed è stanca di impegnarsi, perché non vede mai risultati concreti. Ma devo spezzare una lancia in sua difesa: è stata abbandonata, dai governanti che si sono susseguiti in questi ultimi vent’anni, è stata soverchiata, surclassata e arrivo a dire anche che oggi dà abbastanza fastidio a tutti. Dovrebbe essere quella che porta avanti la società, che trascina, che dà il buon esempio, insomma Anita e Attilio avevano quarant’anni quando hanno affrontato la guerra e i Tedeschi, non è da poco! Noi cosa facciamo? Non siamo abbastanza giovani, non siamo abbastanza vecchi, siamo in un limbo, che ha per noi più le sembianze del limo, del fango, da cui faticosamente riusciamo ad uscire.
Non rimpiango i tempi di Anita, me ne guardo bene, so la fortuna che ho a vivere in un mondo che apparentemente è in pace e dove comunque non bisogna fare la coda per il pane, ma invidio la sua fiducia nel futuro, la sua capacità di vedere lontano, di vedere risultati.
Tutti parlano dei giovani svogliati di oggi, ma noi? Gliel’abbiamo passata noi la svogliatezza, la mancanza di serietà, abbiamo cominciato noi con questa stanchezza, questa sfiducia, quindi beh direi che, se è vero che si impara dalle generazioni precedenti, non possiamo biasimarli!
Non è per niente allegro questo post, ma cosa potete pretendere nel sabato di Pasqua?! Forse un po’ di fede mi farebbe bene… oppure un po’ di leggerezza, come usa tanto dire di questi tempi.
Leggerezza è la parola d’ordine. Io, per carattere non riesco a prendere le cose con leggerezza, è un mio difetto, quindi cosa vuol dire, che sono condannata a sentirmi fuori posto in questo periodo? No, voglio che quelli come me la smettano con la leggerezza, voglio confidare nel fatto che ci possa essere un modo diverso di impegnarsi, di vivere l’arte e la vita quotidiana senza bisogno di pesantezza, ma senza nemmeno rifuggire quell’impegno che Anita e Attilio mettevano in ogni cosa che facevano.
Buona Pasqua a tutti! E a quelli che la sentono meno, buona colomba, pastiera e cioccolato!!!



Anita va alla radio!

Invece che “L’Agnese va a morire” scritto dalla grande Renata Viganò, a cui non mi sogno nemmeno di accomunarmi, l’Anita va alla radio, perdonatemi la battuta! Però è vero, questa settimana Anita ed io, naturalmente, siamo andate a presentarci alla radio, precisamente Radio VivaFm, una radio locale con un bacino d’utenza molto ampio e una quantità di ascoltatori giornalieri davvero notevole!

Non ci speravamo, insomma decisamente è stata una pubblicità notevole per il libro e per questo devo ringraziare Mirko Maioli, il proprietario della radio e mio marito Andrea Capuano, amico suo da tempo immemore.

È stata proprio un’imbucata, come hanno detto gli speakers in diretta, per rompere un po’ il ghiaccio, ma ben vengano le imbucate e le raccomandazioni per una volta, per me che non ne ho mai avute poi devo dire che è stato davvero un regalo!

È stato emozionante e divertente, stranamente mi sono sentita a mio agio, anche se dentro di me avevo un’ansia terribile! Sono riuscita a dire tutto quello che volevo, nel modo in cui volevo e sono riuscita soprattutto a sfruttare al meglio la possibilità che mi è stata data.

Chissà Anita come si sarebbe sentita?!

#ilviaggiodianita continua…



Partite!

Avrei voluto mettere tre punti esclamativi a questo titolo per manifestare l’esaltazione e l’emozione che provo nel vedere il mio libro mettere delle piccole ali, ma per una che pretende di fare l’autrice, beh no, non si può, il punto esclamativo è uno, anche se siamo sul web!

Però ci sarebbero stati bene, ma anche di più, perché riuscire a vendere a degli sconosciuti il proprio libro in una vera libreria e fare anche una dedica su richiesta della persona che lo sta acquistando è un’emozione grande ed è stata immensa alla libreria Il Domani di Milano dove io e Anita ci siamo presentate. Con umiltà, la più profonda che siamo riuscite a trovare, ma con decisione, la più forte che siamo riuscite a trovare, perché dovevamo presentarci, io come autrice e lei come personaggio, e dovevamo convincere le persone che entravano che c’era un motivo valido per acquistare quel libro e per provare a leggerci!

Ce l’abbiamo fatta! Anita ha messo le prime alucce e io ho visto il mio libro cominciare a… beh non dico a spiccare il volo, che mi sembra esagerato, ma, se non altro, ad uscire dall’hangar.

Ho curato tutto di questo libro, non l’ho solo scritto, che già basterebbe, perché riempire la pagina bianca di cose sensate e potenzialmente interessanti e organizzare una struttura come quella del romanzo ho scoperto che è piuttosto complesso; ma ho fatto anche tutto il resto, l’ho impaginato, scelto la foto di copertina, creato la copertina, scelta la rilegatura, cambiate diverse tipografie, per ottenere il miglior risultato, adesso ho aggiunto anche la fascetta (“…perché la fascetta ci vuole…” come mi ha detto una furba libraia). Non posso dire che sia stato un parto o che per me sia come un figlio, sarebbe eccessivo e irreale, i figli sono ben altre cose, ma posso dire che l’impegno è stato davvero grande e che a Milano è stata una piccola grande soddisfazione!

#ilviaggiodianita continua…