Non sono una signora

“Non sono una signora” cantava la Berté, era uno dei pezzi che adoravo, la cantava a squarciagola e con una fierezza da far invidia. Era il 1982, avevo solo cinque anni, ma mi dava una carica, che mi veniva voglia di ballare per tutta la stanza! Era fantastica, non per niente l’aveva scritta Ivano Fossati!
L’altro giorno camminavo per andare dal giornalaio e, dato che ero di fretta, tagliai e presi la via del prato, invece di seguire il marciapiede. Mi ritrovai a guardare i miei sandali, che passavano in mezzo all’erba e sentivo sui piedi la dolce sensazione di trovarmi a piedi nudi in mezzo ad un prato, in estate. “Non sono decisamente una signora”, mi venne da pensare, una signora non avrebbe mai preso la via del prato, col rischio di sporcarsi i sandali o i pantaloni o di bloccarsi col tacco. Quest’anno compio quarant’anni e dovrei finalmente esserlo una signora, si addice alla mia età.

Anita non ne aveva ancora quaranta quando ha affrontato il viaggio in cerca di Mario, non ne aveva ancora quaranta quando andava in bicicletta sotto le bombe da Genova a Borgofornari, dove la famiglia era sfollata, non ne aveva ancora quaranta quando ha nascosto i suoi figli sotto il letto e affrontato i Tedeschi ubriachi, che pretendevano una cena. Io non credo che sarei stata capace di affrontare tutto quello; forse ognuno di noi ha una forza dentro di sé, che può essere più o meno, a seconda del carattere, forse invece sono le situazioni di fronte alle quali ci troviamo, che ci trasmettono la forza per affrontarle, forse uno il coraggio ce l’ha fin da piccolo o forse se lo costruisce man mano.

Anita era una donna forte, coraggiosa, ma probabilmente tutto il coraggio che ha dovuto sfoderare, per superare quelle situazioni così difficili, l’ha consumata e l’ha resa più fredda, rigida. Tutti noi di fronte a grandi prove della vita, una volta superate, ci ritroviamo più rigidi, più coriacei, più insensibili, per autoconservazione, per non perdere pezzi di noi, per non essere nuovamente offesi da un altro dolore, da una nuova sofferenza.

Il mondo di oggi non è così difficile come quello di Anita, eppure anche oggi abbiamo le nostre montagne da scalare, i nostri ostacoli da superare e le nostre ferite da curare. Forse anch’io come Anita negli anni sono diventata più severa, mi sono irrigidita, per non soffrire più, per non essere così gratuitamente esposta al dolore, il mio fisico è meno elastico ed io con lui.

Forse… o forse no, forse ho imbrogliato il tempo, non fisicamente, è chiaro, ma mentalmente sì: scrivere “Anita” mi ha fatto esplodere e ritrovare la famosa linfa vitale di cui tutti parlano; non mi ha reso più giovane allo specchio, ahimé, ma mi ha sciolto tutta quella rigidità accumulata negli anni, mi ha permesso di dare meno peso a tante cose e dare importanza ad altre. Di ragionare su alcune cose vissute, di vederle con altri occhi: guardare nel passato è un po’ come guardare dall’alto, vedi gli avvenimenti da un’altra prospettiva e cambi l’opinione che ti eri fatta.

Anita, come me, non era una signora; certo, non metteva i pantaloni volentieri, solo gonne, portava i tacchi, anche se tacchi piuttosto bassi, ma non erano i tempi del tacco 12, si vestiva sempre in modo distinto e mai trasandato, ma, se c’era bisogno, era capace di adattarsi alle situazioni e di sporcarsi i pantaloni ed anche le mani!

Forse essere signore non è quello che intende la Berté, o meglio forse le vere signore non sono quelle che si vestono in modo distinto e non si macchiano, forse essere una signora vuol dire essere “…una per cui la guerra non è mai finita…” e che ogni giorno, con coraggio affronta le piccole difficoltà quotidiane, senza perdersi mai.

Di una cosa sono sicura: io non lo sono ancora diventata una signora e non credo che lo sarò mai, penso che continuerò a cantare a squarciagola e a passare per i prati!

Le ragazze del muretto

Quando ero ragazzina esisteva un telefilm che si intitolava “I ragazzi del muretto”, io non lo guardavo mai, non lo sopportavo granché, sapevo di cosa trattasse, ma forse ero troppo piccola per interessarmi tanto. Trattava di amicizie di scuola, alle superiori credo.

Quelle del titolo invece siamo io e la mia migliore amica, che, non volendo siamo state per anni “ragazze del muretto”, perché per anni ci siamo sedute tutti i giorni su un muretto che si trovava esattamente a metà, come distanza, tra casa sua e casa mia. Era come il bar degli amici, solo che eravamo solo noi due e quel muretto lo occupavamo solo noi. Ce lo ricordiamo ancora e siamo rimaste, per fortuna, legate tanto a quel ricordo, che ancora adesso quando ci vediamo, sembra di tornare là… su quel muretto.

La parola muretto ormai sa quasi di antico, non perché di muretti non ne esistano più, ma perché oggi sono forse pochi i bambini che si trovano a chiacchierare su un muretto, o forse lo sembra a me, perché non sono più bambina. Ad ogni modo la parola muretto mi sembra quasi come la parola lavatoio, come se appartenesse ad un’altra epoca, come le 20 lire per comprare i dolcetti dal tabaccaio.

Non sono in vena di nostalgie, mi è solo venuto in mente che anche Anita, un po’ come me, aveva la sua “ragazza del muretto”: non si erano conosciute da bambine, ai tempi del muretto, ma sicuramente si saranno fermate a chiacchierare su qualche muretto di Genova, di cose importanti, ma anche di sciocchezze da ragazze. Si erano conosciute all’università e dovevano sentirsi fiere come delle eroine, perché ai loro tempi erano solo 4 le donne che frequentavano la Facoltà di Medicina a Genova. Erano amiche per la pelle, come si dice da ragazzi, si stimavano e si adoravano, avevano instaurato un legame che durò fino alla fine della loro vita.

L’altra era Ebrea e questo aveva un significato ben preciso durante il fascismo, Anita la aiutò a nascondersi con la sua famiglia in un garage nella periferia di Genova, durante il periodo più difficile, quello delle deportazioni. Quelle storie un po’ da film, che invece sono accadute veramente e che ancora oggi, quando le senti raccontare, ti impressionano. Lei si salvò e fu grata ad Anita per tutto il resto dei suoi giorni. Ma il legame non era basato su quello, era già stretto e forte da prima e Anita l’avrebbe salvata anche dal fuoco, se fosse stato necessario. Erano inseparabili, anche in vecchiaia si facevano delle telefonate che duravano a lungo, come fanno le vere amiche. Forse, dopo la famiglia, fu il legame più stretto per Anita: per lei forse era anche un po’ l’estensione di se stessa, della sua intelligenza, del suo essere, quasi come guardarsi allo specchio e riconoscersi a metà, ma la metà giusta, quella che si apprezza.

Io la mia “ragazza del muretto”, la mia metà dello specchio, ce l’ho ancora e farò come Anita, me la terrò per sempre accanto fino alla fine dei nostri giorni; non siamo più sul muretto, ma lei è sempre lì ed è come se ci fossimo ancora sedute.

Dedico questo post a tutte ‘le ragazze del muretto’, di tutte le età e naturalmente alla mia!!!

La fatica del self publisher

Improvvisamente ti trovi un commento più che lusinghiero riguardo al tuo libro, da parte della tua più cara amica su Facebook e, invece che pensare che lo fa perché ti vuole bene, ritrovi freschezza e forza dentro di te per andare avanti in questo viaggio difficile, che è la promozione del tuo libro. Ti danni, fai di tutto, sei sola in questo viaggio, tu e la tua protagonista, che cerchi di umanizzare il più possibile, per sentirti in compagnia e sentire che qualcuno lotta con te.

Sei un self publishing, quindi per definizione non interessi a nessuno, perché tutti pensano che tu l’abbia fatto perché nessuna casa editrice ti ha dato alcuna chance. Non è così, le case editrici si prendono tempi molto lunghi e spesso prendono in considerazione testi o autori di cui già si sente parlare in giro. Così decidi di provare entrambe le vie: le case editrici e, mentre aspetti, l’autoproduzione, per la quale però ti devi dar da fare a pubblicizzare il tuo libro in tutti i modi possibili; allora impari come si stilano i comunicati stampa, a chi si devono mandare, come, impari ad usare tutti i social, che prima usavi quasi per gioco, per una finalità ben precisa e più che seria per te!

Vieni invitata a qualche presentazione di qualche libreria, poche, sempre troppo poche e d’altra parte ci credono poco anche loro, non tanto al tuo libro, di cui difficilmente hanno letto almeno la quarta di copertina, ma alla vendita dei loro prodotti, dei libri, alle presentazioni e alla fiducia nei lettori.
Le presentazioni vanno bene, vanno male, ti fai il tuo sito, il tuo blog e, tra tutti gli impegni, cerchi di tenerlo più aggiornato possibile, perché è questo che hai letto tra gli innumerevoli consigli, che si sprecano sul web, per gli autori emergenti.

Tu ci credi ancora nel tuo libro, in quello che hai scritto, perché ci hai messo il cuore e ti ci sei impegnata a fondo, ma a volto lo sconforto è dietro l’angolo; poi qualcuno ti fa notare una pagina tra le tante che hai scritto, forse quella che ti è venuta meglio o forse quella che è stata più significativa per questa persona e pensi che non sia affatto male! Non che tu sia la Morante, chiaro, ma niente ti sembra più incoraggiante di questo: metterti di fronte il tuo testo e dimostrarti che hai fatto un buon lavoro e che quello che hai scritto pò dare delle emozioni!

E allora direi Cri V. grazie infinite per il tuo sostegno continuo, che arriva sempre nei momenti più adatti! Questo post è tutto per te e per coloro che, ogni tanto, con poche parole, riescono a dare uno slancio in più a qualcuno che si stava perdendo!

#ilviaggiodianita continua… anche grazie a Cri V.



Da dove tutto è cominciato

Riparto ora da Roma, dove tutto è cominciato 15 anni fa, con la prima bozza di Anita, quando era solo un canovaccio o neanche quello, scritto a mano su un quadernetto e non pensavo sarebbe mai diventato un libro, né che qualcuno lo avrebbe letto e apprezzato. Ho fatto una presentazione molto piacevole in un caffè letterario, il Black out – Libri at Caffé, dove la parola d’ordine è il piacere di stare insieme e di ascoltarsi. Mi ha fatto delle domande sul libro una giornalista, Alessandra Bernardo, di una rivista on line Ghigliottina, che si è dimostrata estremamente preparata e si è appassionata al libro, come mai avrei sperato: domande molto intelligenti che mi hanno fatto intendere che sono riuscita a trasmettere proprio quello che volevo con il mio scritto. Una giovane o semi giovane della mia età, che nonostante non abbia vissuto nulla di quel tempo raccontato in Anita, si è scoperta molto interessata e coinvolta. Ho parlato a pochi intimi e uno dormiva profumatamente, ma io ero al settimo cielo perché potevo raccontare e perché altri erano interessati e seguivano con attenzione.  Torno a casa con una copia sola di Anita, direi un buon bottino e una grande soddisfazione!
La settimana prossima ci aspetta un’altra presentazione a Torino, nella culla della letteratura, proprio in occasione del Salone internazionale del Libro, che emozione!



Riflessioni…del sabato di Pasqua

Per una che la Pasqua non la sente per nulla, le riflessioni di Pasqua non dovrebbero essere così importanti, è vero infatti che le mie riflessioni sono di venerdì, ovvero di ieri sera, che, se mi ricordo ancora qualcosa di religione, era venerdì santo, ancora più importante per le riflessioni, direi. Ma le riflessioni non hanno nulla a che fare con la Pasqua, hanno a che fare invece con l’arte, il cinema, la letteratura e il mondo di oggi, in cui mi trovo a vivere: sto preparando un discorso e un lavoro per una conferenza e per questo ho dovuto visionare dei video di vecchi film, capolavori che…come quelli non se ne faranno più! Film che avevo già visto, più volte, quindi nulla di nuovo per me, di nuovo c’era la disillusione, l’atteggiamento che negli ultimi anni, penso sia venuto a tanti come me.
Siamo davvero pronti e in grado di vedere ancora quelle cose? Vogliamo ancora che l’arte ci sconvolga e ci apra gli occhi e ancora ci informi come faceva una volta?
Perché me lo chiedo? Perché la mia Anita ha fatto il suo viaggio con tutta la paura che poteva avere, ma senza fermarsi, quella paura se l’è portata dietro, come lo zaino che aveva in spalle, e viveva in un periodo in cui c’era davvero da aver paura.
Ho rivisto “La ciociara”, “I 400 colpi” e altri, e mi sono venuti alla memoria altri film come “Roma città aperta”, anch’esso ambientato durante la seconda guerra mondiale, come d’altra parte il mio libro.
Non ce l’ho fatta più, non sono riuscita a vederli con distacco, quasi mi hanno infastidito per avermi scossa in quel modo, erano così reali, così perfetti, anche nel descrivere il momento, che sono rimasta ammutolita.
Per questo mi chiedo: abbiamo ancora la forza, ma soprattutto la voglia di sopportare la realtà nei suoi aspetti più crudi? Forse siamo in grado di guardare i telegiornali, anche se so che molti della mia età non lo fanno proprio per poca voglia e per fastidio. Abbiamo ancora esigenza che l’arte e le forme di intrattenimento ci mettano davanti il nostro mondo nella sua verità? O invece preferiamo imbottirci di serie televisive patinate, film tutti un po’ leggeri e un po’ superficiali, che non ci impegnino più di tanto, libri un po’ sciocchi, soprattutto gialli e polizieschi, con i quali colmare il nostro bisogno estremo di evasione, di totale spegnimento del cervello.
Anita pensava, ragionava, era fiera di poterlo fare, si informava, leggeva i giornali, votava con coscienza e con la voglia di farlo e le donne come lei facevano anche meglio, scrivevano con impegno, raccontavano al mondo la profondità dei sentimenti e del potere dell’intelletto umano e lo stesso faceva la generazione che è venuta dopo di lei.
Io non so darmi una spiegazione chiara, ma credo che la mia generazione abbia decisamente mollato gli ormeggi e si stia lasciando navigare alla deriva, senza remare né da una parte né dall’altra, come se non vedesse terra all’orizzonte, quindi nessuna speranza; ha perso fiducia in ogni cosa ed è stanca di impegnarsi, perché non vede mai risultati concreti. Ma devo spezzare una lancia in sua difesa: è stata abbandonata, dai governanti che si sono susseguiti in questi ultimi vent’anni, è stata soverchiata, surclassata e arrivo a dire anche che oggi dà abbastanza fastidio a tutti. Dovrebbe essere quella che porta avanti la società, che trascina, che dà il buon esempio, insomma Anita e Attilio avevano quarant’anni quando hanno affrontato la guerra e i Tedeschi, non è da poco! Noi cosa facciamo? Non siamo abbastanza giovani, non siamo abbastanza vecchi, siamo in un limbo, che ha per noi più le sembianze del limo, del fango, da cui faticosamente riusciamo ad uscire.
Non rimpiango i tempi di Anita, me ne guardo bene, so la fortuna che ho a vivere in un mondo che apparentemente è in pace e dove comunque non bisogna fare la coda per il pane, ma invidio la sua fiducia nel futuro, la sua capacità di vedere lontano, di vedere risultati.
Tutti parlano dei giovani svogliati di oggi, ma noi? Gliel’abbiamo passata noi la svogliatezza, la mancanza di serietà, abbiamo cominciato noi con questa stanchezza, questa sfiducia, quindi beh direi che, se è vero che si impara dalle generazioni precedenti, non possiamo biasimarli!
Non è per niente allegro questo post, ma cosa potete pretendere nel sabato di Pasqua?! Forse un po’ di fede mi farebbe bene… oppure un po’ di leggerezza, come usa tanto dire di questi tempi.
Leggerezza è la parola d’ordine. Io, per carattere non riesco a prendere le cose con leggerezza, è un mio difetto, quindi cosa vuol dire, che sono condannata a sentirmi fuori posto in questo periodo? No, voglio che quelli come me la smettano con la leggerezza, voglio confidare nel fatto che ci possa essere un modo diverso di impegnarsi, di vivere l’arte e la vita quotidiana senza bisogno di pesantezza, ma senza nemmeno rifuggire quell’impegno che Anita e Attilio mettevano in ogni cosa che facevano.
Buona Pasqua a tutti! E a quelli che la sentono meno, buona colomba, pastiera e cioccolato!!!



Anita va alla radio!

Invece che “L’Agnese va a morire” scritto dalla grande Renata Viganò, a cui non mi sogno nemmeno di accomunarmi, l’Anita va alla radio, perdonatemi la battuta! Però è vero, questa settimana Anita ed io, naturalmente, siamo andate a presentarci alla radio, precisamente Radio VivaFm, una radio locale con un bacino d’utenza molto ampio e una quantità di ascoltatori giornalieri davvero notevole!

Non ci speravamo, insomma decisamente è stata una pubblicità notevole per il libro e per questo devo ringraziare Mirko Maioli, il proprietario della radio e mio marito Andrea Capuano, amico suo da tempo immemore.

È stata proprio un’imbucata, come hanno detto gli speakers in diretta, per rompere un po’ il ghiaccio, ma ben vengano le imbucate e le raccomandazioni per una volta, per me che non ne ho mai avute poi devo dire che è stato davvero un regalo!

È stato emozionante e divertente, stranamente mi sono sentita a mio agio, anche se dentro di me avevo un’ansia terribile! Sono riuscita a dire tutto quello che volevo, nel modo in cui volevo e sono riuscita soprattutto a sfruttare al meglio la possibilità che mi è stata data.

Chissà Anita come si sarebbe sentita?!

#ilviaggiodianita continua…



Partite!

Avrei voluto mettere tre punti esclamativi a questo titolo per manifestare l’esaltazione e l’emozione che provo nel vedere il mio libro mettere delle piccole ali, ma per una che pretende di fare l’autrice, beh no, non si può, il punto esclamativo è uno, anche se siamo sul web!

Però ci sarebbero stati bene, ma anche di più, perché riuscire a vendere a degli sconosciuti il proprio libro in una vera libreria e fare anche una dedica su richiesta della persona che lo sta acquistando è un’emozione grande ed è stata immensa alla libreria Il Domani di Milano dove io e Anita ci siamo presentate. Con umiltà, la più profonda che siamo riuscite a trovare, ma con decisione, la più forte che siamo riuscite a trovare, perché dovevamo presentarci, io come autrice e lei come personaggio, e dovevamo convincere le persone che entravano che c’era un motivo valido per acquistare quel libro e per provare a leggerci!

Ce l’abbiamo fatta! Anita ha messo le prime alucce e io ho visto il mio libro cominciare a… beh non dico a spiccare il volo, che mi sembra esagerato, ma, se non altro, ad uscire dall’hangar.

Ho curato tutto di questo libro, non l’ho solo scritto, che già basterebbe, perché riempire la pagina bianca di cose sensate e potenzialmente interessanti e organizzare una struttura come quella del romanzo ho scoperto che è piuttosto complesso; ma ho fatto anche tutto il resto, l’ho impaginato, scelto la foto di copertina, creato la copertina, scelta la rilegatura, cambiate diverse tipografie, per ottenere il miglior risultato, adesso ho aggiunto anche la fascetta (“…perché la fascetta ci vuole…” come mi ha detto una furba libraia). Non posso dire che sia stato un parto o che per me sia come un figlio, sarebbe eccessivo e irreale, i figli sono ben altre cose, ma posso dire che l’impegno è stato davvero grande e che a Milano è stata una piccola grande soddisfazione!

#ilviaggiodianita continua…



Partiamo!

Finalmente partiamo! Io e Anita domani cominciamo il nostro viaggio, quello che lei ha iniziato anni fa in un tempo e un luogo davvero dimenticato da Dio e quello che io ho voluto che lei continuasse insieme a me, perché non potevo fare a meno di raccontare la sua storia ed anche un po’ la mia. Domani ci imbarchiamo in questa avventura con un po’ di paura e un po’ di emozione; iniziamo da Milano, in una libreria del centro, miglior inizio non ci poteva essere! Saremo lì, io e lei, insieme e da sole allo stesso tempo, io a parlare di lei, perché la conoscano più persone possibile e acquistino il libro e lei a parlare di me, in un certo senso; lì ferma in vetrina, a cercare, con la sua copertina, di difendermi dalla paura di farmi strada in questa giungla di libri, lettori, case editrici, librai, parole scritte, che non si possono cancellare.

Il nostro viaggio per fortuna non finisce qui, abbiamo già fissato altre mete, anche lontane che ci fanno ancora più paura, ma che ci fanno ben sperare. Librai che ci aspettano e lettori che speriamo di catturare, anche solo con la semplicità del nostro racconto e con la timidezza, che io dovrò ogni volta cercare di vincere e che, anche lei tante volte, ha dovuto superare.

Io viaggio con Anita, voi cosa fate?

 



#viaggioconanita

La mia migliore amica mi ha dato un’idea grandiosa e, come al solito, la devo ringraziare: il titolo di questo articolo è una cosa che ha detto lei nel cominciare a leggere “Anita. Storia di un viaggio”, mi ha dato finalmente l’idea per scrivere questo nuovo articolo e per aver il coraggio di raccontare questo viaggio che sto facendo insieme al mio personaggio. Perché è così, io sto viaggiando sia mentalmente che fisicamente con Anita, per far sì che venga letta e distribuita il più possibile nelle librerie e nelle case delle persone.

Voglio che il suo viaggio continui, ma non solo perché ho la presunzione di aver scritto un libro che valga la pena di essere letto almeno da qualcuno, soprattutto per quello che devo al personaggio di Anita.

Anita non è solo mia, non pretendo di essere stata in grado di raccontare una storia tanto universale che valga per tutti, ma credo che Anita possa essere anche di qualcun altro, ecco perché ho raccontato la sua storia.

Anita era una donna di grande coraggio, una donna che credeva fermamente nella propria intelligenza, in un periodo in cui ancora le donne pensavano quasi esclusivamente a trovare marito e a tenere bene la casa. Una delle prime laureate in Medicina a Genova, in un mondo tutto maschile, insieme ad altre tre temerarie come lei. Anita era un medico di successo che svolgeva un lavoro importante, era amata dalle madri dei suoi piccoli pazienti ed ogni giorno si alzava e trovava il coraggio di affrontare la fatica del lavoro, con impegno e dedizione.

Anita aveva tre figli, che ha amato profondamente, ha cresciuto e fatto studiare, e un marito al quale non faceva e non ha mai fatto mancare attenzioni e appoggio. Un marito al quale ha dimostrato la sua intelligenza per tutta la vita e con il quale era in grado di tenere discorsi di politica e di questioni sociali, ma anche di facezie (come avrebbe probabilmente detto lei) e piccole difficoltà quotidiane.

Anita ha affrontato la guerra e non in un paesino di montagna indisturbato, a Genova, una delle città più colpite dalla guerra; era un’impegnata di sinistra ed ha aiutato la sua migliore amica, che era ebrea a salvarsi dalle deportazioni dei nazifascisti.

Quella del viaggio che ha compiuto in bicicletta verso Gorizia nel 1945 è solo una delle piccole cose che ha fatto. Per questo ho scelto di raccontare la storia tutta dal suo punto di vista, perché era una donna straordinaria, nella sua semplicità e nel suo essere sconosciuta ai più, come ce ne sono state tante nel nostro passato.

Anita è un esempio, è quella donna da cui vorrei aver preso anche solo una piccola briciola di coraggio, nell’affrontare le difficoltà della vita. È l’emblema di una donna che ogni giorno dimostra di essere più che meritevole di far parte del genere umano e soprattutto del genere femminile. Non è mai stata una femminista dichiarata, ma nel suo piccolo ha dimostrato una forza e un’autorevolezza che noi donne del 2000 forse ogni tanto vorremmo aver ereditato da lei e da quelle come lei. È una delle pioniere, per noi donne di questo nuovo secolo, che ancora facciamo fatica a farci spazio in un mondo maschile, è riuscita a coniugare lavoro e famiglia non trascurando né l’uno né l’altro e noi ancora adesso ci chiediamo se mai ce la faremo.

Anita non è solo mia, Anita è di tutte quelle donne che ancora oggi devono lottare per la loro emancipazione, per la loro indipendenza, anche intellettuale, per dimostrare le loro capacità, per essere rispettate e perché la loro femminilità sia trattata come un valore aggiunto e non come una sfortuna o una cosa da nascondere.

Io #viaggioconanita e voi cosa fate?



Scrivere

Non è per niente facile e qui chiaramente sfondo una porta aperta, ma scrivere un romanzo è spaventosamente difficile ed allo stesso tempo affascinante. Mentre lo scrivi ti rendi conto che non basta buttare giù quello che ti dice l’ispirazione in quel momento e poi correggerai, no, non basta, perché ad un certo punto sennò non ti trovi più e l’ispirazione se ne va e non torna. Prima devi progettare, come per qualsiasi altra opera, che debba avere un significato o, se non altro, stare in piedi.

Io ho cambiato più volte il progetto iniziale sul quale “appoggiare” il mio scritto, dovevo trovare quello che mi permettesse di esprimere appieno tutti i concetti che volevo inserire e, soprattutto, che rendesse la storia interessante per il lettore, perché altrimenti avrei potuto scrivere il libro solo per me e…beh dubito che una persona scriva un romanzo per se stessa, forse una poesia, un diario sicuramente, ma un romanzo no, lo scrivi perché vuoi che qualcuno lo legga e possibilmente il maggior numero di persone che riesci a raggiungere! Lo scrivi perché ti piace raccontare, perché vuoi che altri conoscano quella storia che tu hai dentro e in fondo perché il tuo ego ha bisogno di un po’ di aria fuori da te!

Alla fine ho trovato la soluzione adatta per me e ho cominciato, anche se avevo già scritto qualche piccola parte. Quando l’ho finito… mi sono accorta che quello era solo l’inizio, che quella era solo la prima stesura e che ce ne sarebbero state ancora molte. E mi sono anche resa conto che stesura non è correzione, non è aggiustiamo un po’ di qua un po’ di là, non è correggi il linguaggio così diventa più scorrevole. No, stesura è stesura, cioè riprendi da capo, butti, tagli, recuperi… poco, riscrivi, aggiungi… tanto! Quando ho finito la seconda stesura aahhh ho tirato un sospiro di sollievo, ho lasciato passare un po’ di tempo e poi l’ho ripreso per correggerlo. Ahahahahahahah povera illusa, avanti con la terza stesura, lavora!

Sono arrivata alla quinta, solo allora ho cominciato a correggerlo e l’ho corretto tutto due volte, poi basta!!!! Non ne potevo più, l’ho affidato alle sapienti mani di una persona con maggiore senso critico di me e maggiore preparazione.

Ora mi chiedo e lo chiedo anche a voi, se io che ho scritto 220 pagine più o meno e l’ho ripreso da capo cinque volte, poi mi sono sentita svuotata e mi veniva un senso di nausea solo all’idea di rileggerlo, Dante, Manzoni, Tolstoj, la Morante, per fare qualche nome, a cui ovviamente non penso minimamente di accomunarmi sia chiaro, cosa devono aver provato, alla fine? Ad esempio Tolstoj dopo Guerra e pace, ve lo immaginate? Sono 4 volumi!