40 anni… e ne compi 41

maturità femminile

Ecco… nel frattempo, mentre ti lamentavi tanto di aver compiuto quarant’anni, ne hai compiuti 41 e tutta l’incazzatura che avevi per aver raggiunto i quaranta… oddio, magicamente è passata.
Alla magia non credi e nemmeno al fatto che le cose passino tanto in fretta e soprattutto senza che tu te ne accorga, così vigile come sei! “Hai preso consapevolezza” che scemenza vi prego questa “consapevolezza” che molti usano per dire che hanno digerito la cosa, ma in modo elegante. Cazzate!
No, per niente, non sai se sia consapevolezza, maturità o semplicemente se sei stanca di fare l’arrabbiata, fatto sta che evidentemente, mentre passavi il tempo a lamentarti perché compivi 40 anni, beh te ne sei fatta una ragione e sei passata oltre.

È proprio vero? È bastato aggiungere un 1 accanto al 4? Non ha senso!! Giusto, non ha alcun senso e non sarà affatto dovuto a quell’uno, ma in qualche modo, dopo qualche mese la tua rabbia è scemata.
E quindi? Anche la voglia di lottare? No quella no e non perché tu sia particolarmente coraggiosa e battagliera, ma semplicemente perché non te lo puoi permettere! Per quale motivo?! Perché ora arriva la parte più difficile! Qui ci starebbe molto bene quella faccina o smile che ricorda vagamente L’urlo di Munch, il quadro, perché è decisamente emblematica!!

Come la parte più difficile?! Eh sì tesoro… e te lo dici da sola “tesoro”, un po’ per prenderti in giro e un po’ perché ti fai tenerezza. Ora il terreno è accidentato e la tua gioventù non ti può più aiutare per avere un alibi nei momenti in cui sbagli, fai figuracce, dici scemenze, combini pasticci. E, se per caso, sei una molto severa con se stessa… beh questo non è il momento di rilassarsi!

Però questa volta non ci pensi con rabbia, con disagio, con atteggiamento di ribellione. Per niente, hai raggiunto uno stato zen?! No, noi occidentali non sappiamo davvero cosa sia lo zen e non ci si addice nemmeno e tu, tesoro, non saresti in grado di applicarlo nemmeno per un minuto, perché ti trovi a tuo agio nella frenesia, nella piena attività, mentre i tuoi pensieri vanno e il tuo cervello non si ferma mai; sei una da grande città piena di traffico, la campagna ti distrugge, sei una a cui piace prendere le onde alte del mare, anche se ti terrorizzano, la calma placida delle acque del lago ti annienta e ti inquieta pure un pochino.

Perché questa agitazione?! Perché sempre di corsa?! Perché mai sazia? Sempre questa fame di vita, perché?! Perché non ti puoi mai rilassare, nemmeno quando dovresti?! Cosa devi dimostrare?! E a chi? A te stessa? Agli altri?!
Non lo sai a dir la verità, quello che finalmente sai è che, mentre l’anno scorso ti sembrava di inseguire il mondo e ti sentivi sempre come se rincorressi qualcosa e fossi sempre in ritardo, questo 1 accanto al 4 ti è servito per capire che corri da sola, non sei in gara con nessuno se non con te stessa e, se a te piace la velocità… beh, trova un passo che ti sia congeniale e corri.

Consapevolezza? Maturità? Serenità? Può essere, chi può dirlo! Non ti è mai piaciuto correre realmente, ma il tuo cervello è sempre andato “a mille”! A volte anche senza motivo e soprattutto senza grandi risultati. Non è stanco?! Per niente, ora ha trovato il suo passo e così non si stanca affatto!

Gli altri non corrono più? Oh certo assolutamente, ma ognuno ha il suo passo e c’è qualcuno che lo deve ancora trovare, ma a te importa poco. Ma questo vuol dire che ognuno è solo, che corre per se stesso e degli altri non si interessa. Niente affatto, vuol dire solamente che ognuno ha la propria corsia e che non è una gara, tanto è vero che molti non corrono, camminano.

Perché dici allora che non puoi permetterti di smettere di lottare se in realtà sembri tanto serena? Perché lottare è una cosa che devi fare sempre, perché sei una donna, ora forse che hai passato i 40 lo sei ancora di più; perché hai un’età matura, per cui è tuo compito farti carico degli sbagli, delle responsabilità e dei meriti del tuo mondo. Errori e grandi conquiste li fanno anche i più giovani e i più vecchi, ma tu non puoi esimerti dal partecipare e soprattutto loro hanno l’alibi della gioventù e della vecchiaia, tu hai solo l’alibi dell’essere adulta e nella tua lingua spesso vuol dire essere maturi e coscienziosi.

Quindi? Devi accettare di mostrarti adulta e matura?! L’accettazione è un atteggiamento passivo, tu non sei passiva, e infatti lotti, in alcuni momenti vacilli, ci sono alcune mattine in cui ti chiedi perché sia tutto così difficile, e la valigia pronta nel bagagliaio, per i famosi “mari del sud”, sei sicura che non la svuoterai mai; ma ancora non è il momento, hai ancora qualcosa di interessante da dire e da fare in questo mondo, prima del delizioso cocktail sulla spiaggia delle Hawai; il cocktail lo prendi con le amiche che, di corsa come te, sono riuscite ad incastrare un’uscita fulmine per tirare il fiato.

Ma a te piace così, ti piace l’uscita fulmine, ti piace che le tue amiche siano così prese dagli impegni, da non riuscire a trovare quasi il tempo per una pausa; ti piace avere quella valigia virtuale nel baule e sai che l’hanno anche tutte le altre, ti piace vedere le loro facce stanche e affannate, ti piace sentire le loro lamentele, le loro battaglie quotidiane, non c’è niente di più interessante per te del quotidiano delle persone comuni.

Quando eri a scuola un’insegnante molto illuminata e colta ti disse che la storia non è fatta dai grandi uomini, ma dai grandi popoli, ovvero dalle persone comuni, che lottano tutti i giorni. Non dimenticherai mai quelle parole e quell’insegnante; aveva ragione, la storia è fatta dalle persone comuni e a te piace guardare la storia che si costruisce ogni giorno, grazie ai tuoi simili.

40 anni e le amiche

Le donne e le loro amiche sono un argomento molto amato da tutti, da sempre; vengono raccontate da libri, film, serie tv e persino quadri. Ed è così amato forse perché è sempre attuale, in qualunque epoca e in qualunque paese e affascina tutti, perché i rapporti delle donne con le loro amiche sono ancora affascinanti e a volte imprevedibili, nelle loro dinamiche.

Sicuramente anche gli uomini hanno dei rapporti speciali con i loro amici, ma quello che si crea tra le donne è un legame che si compone di così tante sfaccettature che sembra un universo ancora da esplorare.

Chi di noi non ha mai sognato di far parte di un quartetto come quello di Sex and the city! E ben prima della tv anche la letteratura è ricca di testi che raccontano i rapporti di amicizia tra donne. Io sono stata enormemente fortunata, nonostante il mio carattere da leone ascendente leone (aiuto!!!), ho conosciuto molte persone, molte donne, ho avuto molte amiche, alcune le ho perse per motivi diversi, anche non sempre piacevoli, alcune, per fortuna e per loro bravura, le ho ancora e di alcune non potrei proprio fare a meno.

Anche se sono grande ormai, beh non posso proprio e forse proprio perché sono grande e comincio ad essere un po’ più consapevole, la loro vicinanza e il loro appoggio a volte mi sembra indispensabile.

Ho la fortuna sfacciata di avere ancora accanto quella che mi ha accompagnato per tutta la vita ed è un legame talmente profondo che non saprei assolutamente spiegarlo con poche parole. Sono anni che ci “teniamo d’occhio”… non ci telefoniamo quasi mai, passiamo lunghi periodi senza vederci, ma non perché non ne abbiamo voglia, semplicemente perché il nostro legame è così forte che sappiamo bene di esserci sempre l’una per l’altra, in realtà è come se camminassimo sempre fianco a fianco, mano nella mano, quindi non abbiamo bisogno di guardarci, perché ognuna sente fortemente la presenza e il calore dell’altra.

Poi riusciamo a trovare una sera in cui ci ritagliamo uno spazio per noi due e recuperiamo il tempo perduto, ma sembra sempre che non ci vediamo dal giorno prima, per la confidenza che abbiamo e per la serenità che ognuna dà all’altra. Lei mi ha insegnato la libertà di volersi bene senza pretendere dall’altro di essere al centro dei suoi pensieri, sapendo comunque di essere un elemento importante della sua vita. La stima e l’ammirazione che abbiamo l’una per l’altra, oltre all’affetto profondo, è una cosa che cresce insieme a noi e che ci rende migliori ogni giorno.

Le amiche vere e quelle no. Le donne tendono sempre a fare questa distinzione, come se avessero sempre una stretta cerchia di amiche a cui riservano un trattamento speciale e altre che “servono” per la chiacchierata o l’uscita serale, a cui però non è riservato lo stesso trattamento.

Alle prime si apre il cuore, si raccontano i guai, le preoccupazioni, le difficoltà e le insicurezze, ma anche le gioie e le belle esperienze della vita. Con le altre si affrontano discorsi meno impegnativi: mariti e fidanzati, solo se è per una condivisione di lamentele sciocche, ma non si va più in là, perché le malelingue sono sempre pronte a parlare e perché, come nei polizieschi americani, “quello che dice potrà essere usato contro di lei”, ovvero non si sa mai quello che una può raccontare di te ad un’altra tanto per farsi bella o per sparlare.

Non è diffidenza, è che molte donne sono così, anche quelle che dicono di non esserlo, usano argomenti privati sentiti da una parte per riproporli in un altro gruppo, anche le più buone lo fanno, è più forte di loro e ci sono ovviamente anch’io. Gli altri argomenti semplici possono essere trucchi, vestiti, figli, uomini, interessi, passioni, ma tutto rimane molto superficiale, perché le donne dosano abbastanza bene quello che raccontano di sé, sanno che la platea è sempre molto attenta e per nulla magnanima.

A volte mi chiedo perché le donne, che parlano spesso di parità dei sessi e anche troppo di solidarietà femminile, poi non riescano davvero a fare fronte comune, se non in certi casi, e passino le giornate a criticarsi a vicenda e a mettere in piedi piccole battaglie, in cui non risparmiano le armi.

Il grado di severità e a volte di crudeltà che le donne mostrano nei confronti del loro stesso sesso è davvero sorprendente, sembra davvero che sia una piccola guerra a chi è la migliore e i due argomenti principali sono la bellezza e l’intelligenza.

Perché tutta questa cattiveria? Perché le donne per sentirsi migliori devono sempre mettersi in competizione con le altre, perché “se ti giudica un uomo, è uno stronzo, ma se ti giudica una donna, è una stronza ma potrebbe avere ragione, cazzo!!!”
Perché una donna bella… “uff perché io no?!”, una donna intelligente… “grandiosa, vorrei essere come lei!”; una donna brutta… “poverina, però io sono più bella, accidenti!”, una donna scema… “eh che cavolo, è una deficiente, insomma già facciamo tanta fatica in questo mondo maschilista, se ci si mette pure lei!”. Non c’è salvezza le donne non perdonano nulla, sono il giudice più severo per le altre, allo stesso tempo però sono capaci di grandi gesti di solidarietà e di amore nei confronti delle loro simili.

Parliamo di questo strano, immenso, infinito sentimento che è l’amore e che nel mondo occidentale può essere coniugato in diversi modi, quasi come le diverse letture di alcuni testi sacri.
L’amore tra donne è un sentimento che può arrivare a livelli molto profondi; in un film di Almodovar di qualche anno fa, si diceva che “le donne sono un po’ tutte lesbiche”.

Io ci credo molto, tante storcono il naso ad una frase del genere, perché sentirsi etichettate in questo modo, crea in loro un senso di profondo imbarazzo; vedono subito l’aspetto più fisico del termine e provano ribrezzo.
In realtà le donne amano stare tra loro e hanno sempre delle amiche molto speciali, con cui condividono molto del loro privato; si sostengono con grande forza ed impegno nei momenti difficili della loro vita, si scambiano baci, abbracci ed effusioni, di cui hanno sempre un grande bisogno e il contatto fisico non le disturba affatto, anzi, in alcuni casi non riescono a farne a meno, come se desse loro ossigeno.

Il loro bisogno non è dettato da una mancanza dall’altra parte di un partner attento o dalla solitudine, in molti casi hanno una situazione serena e un ottimo partner, ma la gioia vera, quella dell’anima, la trovano quando stanno con le amiche.

Beh questo articolo è dedicato a due amiche speciali, che mai avrei pensato di incontrare, perché “a quarant’anni non ti fai amicizie nuove, conoscenze sì, piacevoli anche, ma non certo amicizie profonde!” e invece sì accidenti, ti può capitare e se ti capita scopri che quell’ossigeno che cominciava a scarseggiare, perché sei stanca… beh puoi tornare a respirarlo a pieni polmoni!
Scopri che non senti più la stanchezza quando sei con loro, che puoi contare sul loro aiuto in ogni momento e che sei pronta a dare tutto il tuo appoggio per ogni loro bisogno.

Scopri che con loro puoi condividere momenti di serietà e momenti di totale ilarità e che, ogni tanto, grazie a loro, puoi lasciarti andare e tornare ad essere ragazzina e questo ti dà nuova linfa vitale.
Non prendono il posto delle altre, delle precedenti, a meno che le altre non abbiano lasciato un posto vuoto, ma sono quelle che ti possono accompagnare in un nuovo periodo della tua vita.

Sono certa che anche gli uomini hanno splendidi rapporti con i loro amici, magari meglio delle donne, ma quella è un’altra storia.

40 anni e prenderla meglio

C’ho preso gusto, non ai 40 anni purtroppo, ma alle puntate di questi post sui 40! L’altro post è stato apprezzato da molte persone, immagino la maggior parte di loro fossero 40 enni incavolate con la loro età o che cercano di accettarla con molta nonchalance!
Il post s’intitola 40 anni e prenderla meglio, ma io non è che l’abbia presa ancora benissimo direi, ci sto provando, come tutte credo.

Questo forse è un articolo catartico, per cercare di sublimare la cosa, cioè come quando ti dicono “prova a scrivere quello che senti, che magari ti serve per superarlo!”, mah, non mi sembra che serva più di tanto, ma forse è utile per non sentirsi sole in questo tunnel, di cui credo vedrò la fine al compimento del 41° anno; per allora spero che me ne sarò fatta una ragione.

Ok allora cominciamo: perché una dovrebbe farsene una ragione? Perché dovrebbe prenderla meglio, dato che questo è quello che ti dicono tutte le persone intorno?
Beh… perché non è mica male essere nata nel ’77! Perché? Cos’ha il ’77 di diverso dagli altri anni? Oltrettutto erano gli anni di piombo, non è che fosse un periodo tanto roseo!

Beh… perché hai la saggezza e la maturità per affrontare le scelte della vita! Ah sì?! Questa mi è nuova, non mi sento più saggia dell’anno scorso, mi sento anzi molto più instabile e la maturità… ma quale maturità?! Quella che serve per guardarsi indietro e ripensare a tutte le cazzate che hai fatto? Va bene dirò le scemenze, anche se l’altro termine rende molto meglio l’idea e si addice alla mia generazione! E poi… qualcuno si è mai chiesto se una donna a questa età ha proprio voglia di essere saggia e matura?

Dirò di più, mi sembra di capire, da tutte le altre mie coetanee o più o meno, che una donna, forse proprio a 40 anni, si è stancata di dimostrare maturità e saggezza e di usare equilibrio in tutte le cose e le scelte che fa, anzi scatta la fase 2, quella del “chissenefrega”, o per meglio dire: “Sai che c’è? Mo’ bbasta!”

Fase 2 (quella del chissenefrega): parliamo di questa fase che mi piace di più e che, mi sembra di capire, piaccia di più anche alle mie coetanee. Non so se sia dovuto ad una questione ormonale, non dovrebbe in teoria, il periodo della menopausa è ancora lontano, si spera; anche se gli uomini gradiscono imputare sempre alle questioni ormonali femminili, quello che per loro è arduo da comprendere. Non credo che gli ormoni siano sempre così padroni di un cervello femminile, saltuariamente si può intravvedere anche un filo di ragionamento e direi che in questo caso il ragionamento ci sta eccome!

Il fatto di sentirsi al giro di boa, in molti casi ti costringe a fare il famoso bilancio del passato e, comunque sia andata, hai uno stato d’animo per il quale, che tu abbia combinato guai o tu sia stata una brava ragazza, ti senti comunque in diritto di avere di più dal mondo, di più di quello che non ti sia stato dato finora; quindi scatta la Fase 2, quella in cui decidi che non devi più nulla a nessuno, se non a te stessa, quella in cui chiunque ti giri intorno, famiglia, figli, compagni, genitori, amici o altro, da adesso se la devono cavare più o meno da soli, o almeno provarci, perché adesso è il tuo momento, quello in cui la brava ragazza (anche se non lo sei stata del tutto) lascia il posto alla peste che eri da bambina o che devi ancora essere, a quella che ne ha piene le tasche di dire sì e decide di cominciare a dire qualche no, anche se magari ne aveva già detti prima… mai abbastanza!

Chissà se per tutte è così, ma io la sento veramente come un periodo di passaggio questa età, la crisalide che si trasforma in farfalla? Ma che scherziamo?! Niente affatto, niente crisalidi e tanto meno farfalle, non è più l’età. Non sei una farfalla, leggiadra, colorata, allegra e delicata. Troppo ingenua la farfalla, alla tua età non sei più tanto ingenua su nulla e se lo sei è meglio che tu non lo mostri e ti informi. Primo perché gli uomini di oggi non vedono l’ora di trattarti da ingenua, per sentirsi naturalmente superiori; secondo perché se ti rispetti un pochino e rispetti le altre come te, il tuo compito è ormai quello di rappresentare le adulte della società.

Adulta?! Adesso?! Voglio scendere!!!! Come si ferma questa giostra?! Non adesso, sono anni che mi faccio il mazzo per cercare di dimostrarlo, adesso devo fare l’adulta?! Cioè cosa vuol dire l’adulta, perché se vuol dire la seria, affidabile, responsabile, equilibrata e saggia… no; se per caso mi è riuscita almeno una di queste cose fino ad adesso, bene, ma ora no, proprio non se ne parla! Non credo di essere l’unica in questo stato d’animo, è come se ti venisse il rigurgito costante di quello che sei stata prima, non è che proprio non ti piaccia la te stessa precedente, ma non hai più voglia di essere così. Sarà forse tipico di quelle della mia generazione o poco più?! Può essere.

Ok, allora fai la ribelle, quella che fa un po’ quello che vuole e ti rendi conto che gli altri ti guardano stupiti, con l’aria del “ti sei svegliata adesso?! È un po’ tardino tesoro!”. Sì mi son svegliata adesso! Accidenti potevo un po’ prima effettivamente, avrei perso meno anni a concentrarmi su cose che adesso so essere futili o comunque non così importanti; prima forse non avevo la famosa maturità sufficiente. Insomma a questo punto concluderei con un pensiero profondo, che mi sembra più che appropriato: “È un casino!”.

Oprah Winfrey un’ispirazione

discorso oprah winfrey

Perché Oprah Winfrey potrebbe essere un’ispirazione per tutte noi! Perché in questo momento, come in molti altri, vorrei essere una donna americana e di colore e vorrei poter parlare di emancipazione femminile?

Perché oggi tutte dovremmo volere la pelle nera o voler essere Americane almeno per un giorno? A mio parere per il discorso illuminante che ha fatto Oprah Winfrey, nota entertainer della tv d’oltre oceano, alla serata dei Golden Globe Awards, dove ha ricevuto il premio Cecil B. De Mille alla carriera.

Magari gli Americani non vi piacciono, magari odiate gli Stati Uniti, magari vi piace di più l’Europa, preferite l’understatement degli Inglesi o la misura dei Tedeschi o l’eleganza dei Francesi oppure l’esuberanza degli Spagnoli o addirittura dei Latino Americani. Questo non ha nulla a che fare con quello che piace a voi o a me. Oggi tutte le donne del mondo dovrebbero almeno per un giorno, a mio parere, voler essere Americane, per poter magari in un futuro votare questa donna alle elezioni o comunque avere nel proprio popolo una donna così.

Non è per lei come persona, che vi può essere più o meno simpatica e potete trovare più o meno ammirevole, ma è per lei in quanto simbolo di qualcosa, lei e tutte quelle come lei, perché là ce ne sono tante, e ne abbiamo anche noi, non è che a noi manchino, però a noi manca l’essere Afro-americano, che non è essere Africano e non è essere Americano.

Essere Afro-americano è una cosa molto diversa, molto particolare, singolare, propria e con una storia, una storia abbastanza lunga, lunghissima per gli Americani, un po’ meno lunga per noi Europei, che conosciamo millenni di storia; una storia molto interessante per tutti, perché molto travagliata, perché piena di lotte coraggiose, di traguardi importanti, ricca di personaggi coraggiosi, uomini e donne apparentemente ai margini della società o comunque persone comuni, come le due donne che Oprah Winfrey nel suo discorso nomina: Recy Taylor e Rosa Parks.

Rosa Parks probabilmente molti di voi la conoscono, e se non la conoscete vi invito ad andare a vedere chi è stata; probabilmente non vi ricorda nulla il suo nome, ma dell’episodio di quella donna che ha rifiutato di lasciare il posto sull’autobus ad un bianco nel ’55 in Alabama (uno degli stati d’America più difficili per la convivenza tra bianchi e neri), magari ne avete sentito parlare. Beh questa donna dall’immenso coraggio si chiamava Rosa Parks ed era già un’attivista per i diritti civili degli Afro-americani, insieme al marito, anche prima di quell’episodio.

Recy Taylor è una donna meno conosciuta, che infatti Oprah Winfrey nel suo discorso invita tutti a conoscere, è un’altra donna dalla grande forza, che, dopo essere stata violentata da sei bianchi, ha rifiutato di tenere nascosta la cosa, li ha denunciati e si è fatta aiutare da Rosa Parks per affrontare la causa; ovviamente poi, dato che era solo il ’44 ed erano anche in quel caso in Alabama, non è successo niente, cioè i suoi attentatori non sono stati condannati e lei ha dovuto subire anche l’umiliazione di vedere che questi maledetti uomini sono rimasti liberi.

Io oggi vorrei avere la pelle nera per il discorso dalle note vibranti che Oprah Winfrey ha fatto, in merito a queste due donne e alla violenza su tutte le donne, prendendo spunto dal caso molto recente portato a galla dal movimento #MeToo.

Anche lei in fondo, Oprah Winfrey, ha avuto una storia difficile, perché figlia di una ragazza madre, cresciuta nella più infima povertà e provata in adolescenza dalle molestie maschili di parenti ed amici. Di donne afro-americane che hanno vissuto e sopportato una vita così ce n’è tante, ma non solo Afro-americane, anche Americane e anche Europee, senza parlare poi di quelle dell’est, dell’estremo Oriente o delle donne Africane.

Ma proprio perché in questi giorni si parla di violenza sulle donne in America, anche negli ambienti altolocati e in quelli dello spettacolo, il suo discorso, che tocca temi come la violenza, il razzismo e la disuguaglianza tra gli esseri umani, è illuminante per tutti e per tutte, non solo per le donne Afroamericane, non solo perché forse tra qualche tempo vedremo Oprah Winfrey presentarsi per la corsa alla Casa Bianca, ma perché anche per noi Italiane è d’ispirazione e non solo per noi donne, dovrebbe esserlo anche per gli uomini.

Chiaramente è un po’ sopra le righe, con toni da discorso presidenziale, ma perché gli Americani per noi sono sempre un po’ sopra le righe e perché lei è e vuole essere un po’ così, ma noi li possiamo anche accettare così per quello che sono, come noi Italiani siamo in un altro modo, come gli Inglesi sono in un modo ancora diverso.

Ma la potenza, la forza, l’entusiasmo, l’energia che Oprah Winfrey mette in questo discorso possono essere uno slancio per tutte le donne del mondo, perché ancora oggi, le donne di tutto il mondo si trovano a dover lottare contro la violenza, contro le molestie, le angherie, contro una forma di violenza meno palese dello stupro, ma comunque importante, come le vessazioni sul lavoro perché sei donna.

È un discorso purtroppo ancora molto attuale e, se proviene da una donna come lei, non che sia un idolo, non ho mai creduto negli idoli e non comincerò ora, che sono troppo grande per farmene, ha, credo io, una valenza maggiore.

Lei ripete più volte “Their time is up!”, e vuol dire che il tempo di questi uomini potenti o violenti è finito, probabilmente il suo intento è quello di  ampliare il discorso in modo che venga letto come “il tempo di tutta questa prevaricazione del sesso maschile sul sesso femminile è finito” e forse potremmo allargare il suo discorso non solo all’America e agli Afroamericani, ma anche a noi Europei e alle donne Africane e dell’estremo Oriente.

“Their time is up!”. Non ci arriveremo domani, non ci arriveremo neanche fra qualche mese o fra qualche anno, però io mi auguro che le nostre figlie possano gridarlo con fierezza e quasi al passato questo “Their time is up!”, perché c’è bisogno che finisca. L’emancipazione femminile in questo secolo passato è stata velocissima, come tante cose nel ‘900, quindi potremmo anche essere soddisfatte, però non lo siamo perché non dovevamo partire così, perché non si doveva partire da una disuguaglianza così smaccata, in teoria avremmo dovuto cominciare con gli stessi diritti da sempre.

Pazienza, è andata così, ma a noi donne di oggi spetta il compito di continuare, e come lo fa Oprah Winfrey, che è un po’ più vecchia di me, lo dobbiamo fare anche noi più giovani; continuare l’impegno, la battaglia, ogni giorno nelle piccole cose, come si dice spesso, per arrivare alla tanto agognata parità dei sessi. Una parità che purtroppo non esiste ancora in moltissimi paesi del mondo e nemmeno in America, che sembra sempre il paese più emancipato di tutti, più avanti di tutti.

Il fatto che il discorso venga fatto da una donna afroamericana è ancora più d’orgoglio per me, non perché anch’io sia di colore, purtroppo, ma perché, potrebbe essere un discorso utile e importante anche esposto da una donna bianca, ma fatto da una donna di colore è più forte, ha più energia.

È come se assumesse più significato, e ti rende ancora più orgogliosa di essere una donna, e in più, se sei una donna bianca, ti mette la voglia di essere di colore, perché ti sembra che loro abbiano più storia, più forza, più diritti di parlare e di alzare la voce e con essa la testa, proprio perché ne hanno passate di più; loro, le loro madri, le loro nonne e le loro bisnonne, hanno sopportato molte più ingiustizie di noi e delle nostre. Quindi da parte mia l’ammirazione è totale.

Vorrei avere la pelle nera e vorrei essere Afro-Americana, anche solo per un giorno!

Se volete vedere il discorso cliccate qui http://www.oprah.com/own/oprahs-acceptance-speech-at-the-golden-globes-full-transcript è in inglese ma comunque in internet lo trovate anche con i sottotitoli.

40 anni e sentirli eccome

Provate a dire a una donna che deve compiere quarant’anni?
Provate a chiamare “signora” una donna di quarant’anni?
Provate a dirle che “…quando era giovane…”?
Provate a chiamarle quarantenni… no non ci provate, che siate uomini o donne, lasciate stare, glissate magicamente, trovate una scorciatoia, un altro modo, passate ad un altro argomento.

Non so se siano peggio dei 50, della menopausa e di tutto quello che comporta essere sulla cinquantina per una donna, ma i quaranta sono un vero e proprio gradino, che a tratti può diventare anche un gradone!

È pieno di testi e citazioni sui 40 anni per una donna, quindi sono sicura di non esprimere niente di nuovo; forse il nuovo è avere 40 anni ora, in questi anni, in questo periodo! Una volta avere 40 anni per una donna poteva essere un traguardo importante, uno status, che dava un senso di maturità, di compiutezza e di orgoglio. Non ne ho idea, forse le donne questa età l’hanno sempre vissuta male; una volta, tra l’altro, a 40 anni non potevi più nemmeno con tanta leggerezza avere figli e, se ne avevi, beh non dovevi certo essere al primo, altrimenti ti guardavano quasi con vergogna.

Adesso da quel punto di vista è tutto cambiato: molte donne hanno figli a 40 anni e con che fierezza spesso, è inutile dire che per molte cose l’età si è spostata. Se da una parte abbiamo le teenagers alla scuola media che si atteggiano da donne, dall’altra abbiamo le quarantenni, che cercano con tutti i mezzi di tirare indietro le lancette dell’orologio, di parecchie settimane e mesi!

Non ci sentiamo adeguate? Non è la nostra età? Cioè è quella anagrafica, va bene, ma dentro ci sentiamo ancora delle ragazzine? Perché tanta paura per un numero qualunque? Perché tanto sdegno per una parola, “signora”, che in fondo ci dimostra una forma di rispetto nei nostri confronti? Perché quasi ci sentiamo infastidite quando ci danno del “lei”, e se invece ci danno del “tu” vorremmo metterli al loro posto, perché “…come osi ragazzino impertinente col moccio, o ragazzina tutta curve, che tanto poi, stai tranquilla, ti cadranno prima che a me?!”.

Non siamo né carne né pesce? Fatica, abbiamo fatto tanta fatica per arrivare fino a qui; abbiamo studiato, lavorato, sopportato forse mariti e figli piccoli, siamo sempre di corsa, tra scuola, lavoro, casa, vita, serate (difficilmente), e sentiamo di avere sempre meno tempo per noi stesse. Il sogno di molte è avere un’enorme vasca calda dove immergersi in silenzio e non sentire più nessuno per lungo tempo, non dover guardare l’orologio e non pensare a nulla! O meglio ai c…i nostri!

“Seconda giovinezza” ci dicono i più vecchi, con quell’aria del “beata te”, che non ti consola affatto, ti fa sentire solo più sola; “seconda giovinezza” ci dicono i più giovani, con quel sorrisetto beffardo, che non ti consola affatto, ti fa sentire solo più arrabbiata, perché “lui/lei che ne sa?!”. Seconda giovinezza un cavolo, perché devo passare alla seconda? E la prima?? Perché non posso continuare la mia prima? Io non volevo passare in seconda! È come essersi pagate un viaggio in prima classe, di lusso, con tutti i comfort e le hostess che ti lusingano, e sentirti dire improvvisamente: “seconda classe signora, prego!” con uno smagliante sorriso, come fosse un privilegio.

Come seconda classe?! No, perché? Io ho pagato per la prima, avete sbagliato, ci dev’essere un errore! Io DEVO stare in prima classe, io DEVO godermi la mia giovinezza, perché è finita?! Non l’ho chiesto! E poi perché quel sorriso?! Cos’è? Mi vuoi dire che sono fortunata, perché passo alla seconda giovinezza?! Ma fattela tu la seconda giovinezza, io sto bene con la mia prima!

Poi, se sei fortunata, esci la sera, vai nei locali per ballare e ti accorgi che, anche se è venerdì, e quindi non il sabato, che è la serata degli scolari, quelli che ti stanno accanto sono tutti più giovani di te, ma anche di parecchio! Ok allora magari vai alle serate revival… perché alle revival? Io non sono mica un revival! Cioè, adesso mi volete dire che la musica che io ascolto da sempre, che mi piace, mi scatena, mi fa ballare, mi dà quell’energia che mi sento scorrere dentro come un fuoco e mi fa sentire libera… è già da revival?! Aaahhhh!!!

E poi la palestra… perché ci DEVI andare, perché se a 40 anni non vai in palestra o non fai almeno un po’ di attività fisica, chiunque ti dice che ne hai bisogno, guardandoti anche con un po’ di rimprovero, perché “insomma non ti tieni in forma!”. Tu ti guardi da capo a piedi e non ti facevi così schifo, prima di vedere quell’espressione nell’altro! Ok vado in palestra: le palestre sono piene di donne, di tutte le età, che si dannano, sudano, si sfiancano pur di perdere quei 2-3 chili che già basterebbero, pur di non vedersi sui fianchi quella cellulite, di cui tutti parlano e che forse prima del 1950 nessuno sapeva esistesse!

“…5-6-7-8, muoversi, via, dai, coraggio, tira su quelle braccia, fuori il sedere, allarga le spalle, dentro il bacino, schiaccia l’ombelico contro la schiena, fai andare quelle gambe, ancora, ancora, sinistra, destra, piega le ginocchia, alza la testa…”; credevi di essere minimamente intelligente e istruita e invece ti senti una perfetta deficiente, dai riflessi pure un po’ lenti; non capisci dove cavolo devono andare quelle gambe, che sono attaccate al tuo bacino, e come diamine devi mettere il sedere e l’ombelico! Sudi, ti guardi in giro e vedi che signore molto più attempate di te, sanno perfettamente cosa fare e lo fanno anche con poco sforzo. C’è qualcosa che non va!!! Torni a casa distrutta, ti pesi e lanceresti la bilancia dalla finestra, se solo non fosse costata un occhio della testa, perché quella che credevi un’amica ti ha consigliato di prendere la bilancia che distingue massa grassa da massa magra, perché “…così puoi controllarti meglio!…”.

Adesso hanno coniato anche un nuovo nome per definirci: gli Xennials, esseri viventi, via di mezzo tra la Generazione X e i Millenials, che sono quelli di adesso. Gli Xennials, che hanno vissuto l’invasione prepotente di internet, tablet e smartphone e si sono dovuti aggiornare e adattare alla velocità della luce, prima di perdere il treno per sempre e non essere nemmeno in grado di accendere un computer! Quelli che ancora non sanno bene se sentirsi a loro agio quando si fanno un selfie, ma se lo fanno perché così si sentono giovani! Gli Xennials, che gli studiosi non hanno ancora ben capito se siano molto fortunati, perché hanno visto il mondo del telefono col filo e la rotella, e allo stesso tempo hanno un profilo Facebook per chattare con gli amici, o siano molto sfigati, perché questa dicotomia li ha resi un tantino schizofrenici!

E quel disgraziato, che tutti abbiamo studiato, diceva “…nel mezzo del cammin di nostra vita…” e ne aveva 35! Va beh per fortuna lui era del 1300, però ne son passati parecchi di secoli, possibile che si sia spostato solo di cinque anni il mezzo del cammin di nostra vita?!

Un donna di mezza età

Una donna di mezza età

Quanto il mio mondo è diverso da quello di Anita, quanto siamo distanti, quanto siamo diverse, davvero solo due generazioni?! Guardo la nuova pubblicità di una nota azienda di abbigliamento italiana, fiore all’occhiello dell’industria manifatturiera della penisola, con una Julia Roberts di cinquant’anni, più splendente che mai, e mi vengono molte riflessioni assolutamente diverse in mente.

Julia Roberts è l’icona dei tempi moderni, che l’astuta azienda ha scelto come testimonial, perché piace sia agli uomini che alle donne, soprattutto forse alle donne; è la Marilyn Monroe dei nostri tempi, che, pur non essendo assolutamente come le persone normali e pur essendo ben al di sopra della comune bellezza femminile, mostra una semplicità e una naturalezza, che le donne di tutte le età adorano; l’adorano perché permette loro di illudersi, anche solo per un attimo, di potersi immedesimare e sentirsi un po’ belle come lei. Inoltre ha cinquant’anni, un’età che le donne affrontano da sempre con molta fatica, forse negli ultimi anni ancora di più, perché, per ovvi motivi, si sentono invecchiare e non possono più contare tanto sul loro aspetto fisico.

Ancora più geniale quindi la trovata della nota azienda, che non punta più soltanto sulla teenager o sulla giovane bellezza, ma anche e forse soprattutto sulla cosiddetta donna di mezza età, che, detta così fa un brutto effetto, quindi forse è meglio definire la donna matura, che può tranquillamente continuare ad adornare il proprio corpo, con accessori ed abiti che la facciano sentire ancora bella e piacevole, perché è più importante sentirsi belle a 40-50 anni, che non a 20! Julia Roberts ripropone se stessa, che fa acquisti ed esce dal negozio con diversi sacchetti, come nel film di quasi trent’anni fa, che l’ha rivelata al mondo intero nel suo splendore, e manda così un messaggio: il tempo passa per tutte, anche per lei, ma il suo sorriso, famoso in tutto il mondo, è ancora più smagliante, sicuro, deciso, come dovrebbe essere quello di ogni donna, che, consapevole delle proprie rughe e smagliature, si accetta per quella che è.

Marilyn Monroe a cinquant’anni non ci è nemmeno arrivata ed ai tempi di Anita le donne mature non erano certo così sostenute dalla società, perché cominciavano a scendere la china e per loro non c’era certo spazio per pensare alla bellezza; nemmeno per le dive, che infatti spesso si ritiravano dalle scene, per evitare critiche e confronti dolorosi. Quindi la domanda che mi pongo, dopo tutto questo prologo, è se davvero siano bastate due generazioni per cambiare tanto le cose, per fare in modo che le donne siano sufficientemente considerate, che la loro importanza sia ritenuta finalmente fondamentale, per l’andamento della società. Mmh… forse no, forse Anita e le altre tre uniche studentesse di Medicina del suo anno a Genova erano molto più moderne di una Julia Roberts o di tutte quelle, come noi adesso, che pensano che l’emancipazione femminile abbia fatto passi da gigante.

In realtà infatti quella è una pubblicità e serve solo per vendere più prodotti, quindi è ingannevole, non può essere un quadro sull’emancipazione femminile; oppure può essere vista come un tentativo ben riuscito, anche se magari non voluto, di farsi sentire, di continuare a dichiarare che le donne, soprattutto a cinquant’anni contano, anche se devono fare qualcosa di apparentemente poco importante come scegliersi le calze o i collant.

E perché proprio i collant? Non è un caso. I collant sono l’espressione massima della femminilità. Quel collant che sembra essere tornato prepotentemente in passerella, in un momento così delicato in cui da una parte del mondo si indossano ancora e sempre di più le mini gonne e dall’altra parte del mondo si indossano i burka o altri veli che nascondano le forme. Un momento in cui queste due visioni del corpo femminile sono a confronto e fanno parte di un discorso molto più ampio, sulla dignità della donna e sul rispetto del genere femminile. Un mondo davvero confuso in cui alcune culture orientali mal sopportano proprio questa “libertà” della donna, tipica di alcune culture occidentali.

Anita era una pioniera, l’ho già detto, una piccola Rita Levi Montalcini, che credeva molto più nella propria intelligenza, piuttosto che nella sua bellezza, e che, certamente nel suo piccolo, ha contribuito, come tante insieme a lei, all’evoluzione del pensiero e alla considerazione che si ha adesso del ruolo femminile nella società occidentale. Purtroppo, Anita, con rammarico, ti devo confessare che, anche se Julia Roberts sorride in modo straordinario, per noi donne ordinarie, che faticano a sentirsi straordinarie, c’è ancora molta strada da percorrere, soprattutto se abbiamo quell’età in cui essere chiamate “signora” è più che normale. Siamo ancora scomode per l’altra metà maschile, siamo ingestibili, sottopagate, spesso considerate a torto meno brave dei nostri parigrado, e, in molti casi purtroppo, maltrattate e usate come merce. Forse ti aspettavi qualcosa di meglio, per la fatica che hai fatto tu, forse meritavi passi avanti veri, non solo una gran gioia nel comprarsi le calze!

A dir la verità possiamo comunque essere soddisfatte, soprattutto se pensiamo ad altre donne come noi, che vivono in zone del mondo, dove l’esistenza è davvero complicata, in particolare per loro. Noi ce la mettiamo tutta, forse siamo meno coraggiose di voi, donne del ’45, maestre di coraggio e di dignità, ma, nella fatica di tutti i giorni, di farci accettare per quello che valiamo, andarci a comprare i collant è davvero un gesto consolante, nella sua semplicità!

P.S. Aggiungo che sono stata testimone per caso della bravura di quelle donne, che tengono realmente in piedi l’industria manifatturiera dell’abbigliamento italiano, che ha fatto la storia di questo paese; e ti potrei dire, Anita, che davvero saresti orgogliosa di loro, perché, in totale anonimato, lavorano con una professionalità e un impegno che tutte le case di moda, anche francesi, ci invidiano. Quelle sono donne mature, vere signore, che magari solo raramente si vanno a comprare un collant, ma dovresti vedere la loro soddisfazione nel veder crescere un abito, la loro serietà nel lavoro… loro sì possono dichiararsi, in modo deciso, degne di essere tue discendenti! E allora grazie a tutte queste donne, dalle quali mi sento gloriosamente rappresentata e che, come te, costruiscono silenziosamente e con umiltà la storia delle donne italiane.

Questo articolo è dedicato a tutte le lavoratrici di un’importante azienda del parmense, che lavora per una nota casa di moda italo-francese, che ho avuto il privilegio di vedere all’opera. Grazie perché mai dimenticherò la vostra professionalità e la passione che mettete nel lavoro, ma soprattutto il mio fascino nell’assistere alla crescita di un capo, attraverso il lavoro di tante mani esperte, dal primo disegno alla confezione. Complimenti!

Il potere dei social

“Torna a settembre” era un film piuttosto sciocco ma leggermente divertente che anni fa veniva trasmesso puntualmente tutti gli anni in questo mese; era interpretato da Rock Hudson e Gina Lollobrigida e più che altro erano divertenti le scenette di Hudson, grande attore, ricordato a volte solo per la sua malattia! In realtà era un buon prodotto, per le commedie all’americana, quelle che, dall’altra parte dell’oceano, sono sempre stati bravi a fare! Io ero una di quelle che lo vedeva tutte le volte, un po’ per affetto, un po’ perché rivedere l’incapacità recitativa della Lollo faceva sentire un po’ a casa, un po’ sicuri, come una conferma tutti gli anni e una risatina, prima di ricominciare la scuola o il lavoro.

Anche Anita torna a settembre come Rock Hudson, siamo state in vacanza, anche un po’ l’una dall’altra, perché, dopo un anno e mezzo di convivenza a stretto contatto, avevamo bisogno di allontanarci un po’; ora si riprende e si ricomincia con i concorsi, le spedizioni alle librerie e, si spera, le vendite!

A proposito del ritorno e della diffusione di Anita, mi è venuto un pensiero sul potere dei social: mi è sempre stato detto che di questi tempi l’uso dei social per la divulgazione di qualunque cosa, sia necessario e non vada affatto sottovalutato. Come una brava scolaretta ho seguito i consigli e le istruzioni e mi son data da fare; il riscontro è stato positivo, nulla da eccepire, ma due giorni fa, in viaggio sull’Autostrada del sole, che di sole non ne aveva affatto, come spesso capita al nord, ho fatto una foto molto semplice ad un arcobaleno che, ad una povera nordica, di ritorno dal soleggiato centro Italia, dava un minimo di speranza, dopo una pioggia incessante. Ho postato la foto su Facebook e su Instagram.

Da non credere: la foto dell’arcobaleno, come se fosse un fenomeno raramente visto dall’occhio umano, è stata bersagliata da una quantità incredibile di Like e condivisioni, sorprendente!! Tutta la fatica fatta per diffondere i messaggi e le foto relative ad “Anita” sui social non ha mai prodotto un risultato tanto soddisfacente!
Questo mi fa pensare due cose: Anita non è poi così interessante e questo lo accetto serenamente e posso anche condividere che l’arcobaleno sia un fenomeno, che sebbene non così raro, dia sempre un’immagine tanto consolante e coccolante della natura buona e non matrigna.

Seconda cosa: è poi così vero che il potere dei social è così fondamentale per le cose anche solo mediamente serie? Oppure in realtà le persone “bazzicano” sui social con un disimpegno totale, anzi ancora di più, li usano proprio per rilassarsi, come uno scacciapensieri, una cosa in cui possono spegnere il cervello e prendersi una pausa acefala che le riposi? A questo punto il potere dei social viene un po’ meno…
Forse le due cose insieme, cerchiamo di avere ancora fiducia in questi social, per la promozione di cose un po’ interessanti, si sa mai che si abbia la fortuna di cogliere in corsa quell’unico neurone che qualcuno, per sbaglio, sta ancora facendo girare nel suo cervello!

Buon ritorno a tutti e buona ripresa di tutte le attività; qui al nord sono ovviamente riprese alla grande, come non ci fosse un domani. So per certo che al centro e al sud se la prendono un po’ più con calma e hanno tutta la mia approvazione! Grazie centro e sud Italia di esistere, siete il sale di questa nazione, non avrebbe alcun sapore altrimenti!

Le donne Yazide

Oggi ho visto un video sulle donne Yazide, sono una persona che cerca di tenersi informata il più possibile, ma non sono certo una che divora quotidiani dalla mattina alla sera, quindi per me le donne Yazide erano un’entità sconosciuta e lo dico con un velo di vergogna, chiaramente.
Non so quanti di voi ne conoscano l’esistenza, ma sono reali e sono una di quelle realtà che pochi conoscono e che invece sono da ammirare o da cui imparare qualcosa. Il video era un documento realizzato in occasione di una mostra fotografica promossa dall’Unicef, perché, come spesso capita quando sono nominate le donne, queste sono donne che soffrono e combattono, per questo dicevo che sono da ammirare. Sono tenute in campi profughi insieme ai loro uomini, figli, genitori, in Iraq, confinati dall’Isis; le foto sono belle, molto belle, perché danno la misura della sofferenza di questo popolo, ma anche della loro voglia di sopravvivere, di lottare e di tornare alle loro case, un giorno.

Ma il video era speciale, perché parlava delle donne combattenti: ragazze molto più giovani di me, più o meno ventenni o poco più, vestite come soldati, con un fucile sulla spalla, che in un momento di pausa dagli attacchi, si lasciavano andare a risate e chiacchiere con le compagne e con i giornalisti. Donne…ragazze…a cui viene negato tutto quello che potrebbero fare delle ragazze normali in un altro paese: andare al cinema, studiare, uscire con gli amici, innamorarsi, ridere, ballare, vivere l’età più bella a loro concessa dalla vita. No…sono lì e sono lì perché devono difendere i loro territori dall’Isis, devono difendere le loro famiglie con le unghie e con i denti in mezzo alle vie di una città, Raqqa, ormai allo stremo delle forze.

Avevano i volti segnati dalla stanchezza, di chi non può dormire mai, di chi ha visto troppo per la sua età, di chi non voleva vedere tutto quello, ma qualcos’altro, magari totalmente diverso; la stanchezza di essere senza una casa, di vedere morire accanto a te quelli che conosci, che ami, di vedere di fronte a te un nemico che non capisci e non vorresti nemmeno che lo fosse. Allo stesso tempo avevano lo sguardo pieno di orgoglio, di fierezza, perché loro sono lì, e lo hanno anche detto, sono lì in prima linea e stanno facendo un buon lavoro, dicevano, perché stanno resistendo bene e ce la stanno mettendo tutta per il loro popolo.

Belle ragazze, anzi bellissime, quelle bellezze vere, prive ovviamente di ogni tipo di trucco, che nei momenti di riposo sorridono stanche e si acconciano i capelli o si scambiano gli orecchini, vestite con la mimetica e con accanto un fucile di ultima generazione. Non meno femminili di qualche occidentale tutta agghindata con un vestito da sera, anzi, così tremendamente vere da apparire la vera essenza del significato di donna.
Il confronto con le nostre partigiane, quelle dei tempi di Anita o quelle come Luisa, la partigiana goriziana che l’accoglie in casa sua, viene facile; di diverso ci sono solo le armi e le tute, ma per il resto non sono affatto diverse: gli stessi sorrisi fieri, nei momenti di riposo, gli stessi volti segnati, la stessa determinazione e purtroppo anche la stessa età.
E per noi c’è la stessa tenerezza, che scopriamo in noi mentre le guardiamo, la stessa ammirazione, la medesima voglia di poterle aiutare, non perché imbracciano un fucile, perché magari non tutti noi siamo da guerriglia, ma per il loro coraggio e perché vorremmo che non fossero costrette ad essere lì.

Anita… mi dispiace, ma il mondo non è cambiato affatto! Io, come te, non ho imbracciato il fucile, ma perché, per fortuna, tu e quelle come te avete lottato per un mondo migliore e mi avete permesso di vivere in una realtà, dove studiare, divertirsi, innamorarsi, cantare a squarciagola e avere una famiglia è d’obbligo, per le ragazze poco più che ventenni.
Poco più in là però, non troppo lontano da noi, le ragazze sono come quelle che conoscevi tu e io non posso farci nulla e l’unica cosa che mi verrebbe da fare è abbracciarle tutte, per trasmettere loro il mio affetto e la mia stima, e dir loro che, almeno, quello stanno facendo oggi servirà per dare alle loro figlie e nipoti un futuro migliore…chi lo sa poi se sarà così, me lo auguro!

Passione lettura

Oggi parlando con una persona a me vicina mi trovo a ragionare su come ad ognuno piaccia vivere la propria passione per la lettura o per le altre forme artistiche. Io parlo della mia passione per la musica e per alcuni autori in particolare, ma questa persona, che ha una passione forte per la musica, vedo che si sente a disagio, perché non parla volentieri della sua passione, preferisce viverla e non condividerla, come se fosse una comunicazione che avviene solo tra lui e la musica e una relazione così personale ed intima, che parlarne gli sembra quasi di violarla di snaturarla, di toglierle quell’alone di spiritualità, che molti trovano nel rapporto con l’arte.
Mi viene allora in mente che adoro parlare dei libri che ho amato con altre persone che amano leggere, mi piace confrontarmi anche su alcuni specifici libri, ma che in effetti, sia che parli di musica o di libri, non vado mai molto in profondità, svelando la magia che si crea tra me e il brano musicale o tra me e il libro, quella la tengo solo per me, è una cosa molto personale e anch’io scopro che l’amore, che in alcuni casi è vera passione per alcune canzoni o libri è davvero qualcosa che a che fare con la sfera privata, anzi privatissima del mio io.
Poi allora mi ricordo, che per la mia prima e vera inebriante passione, che è il cinema mi comporto e mi sono sempre comportata anche peggio: non ho mai gradito parlare del film appena visto, che so, al cinema ad esempio con le persone che avevo intorno, non sopportavo di uscire dal cinema e sentirmi chiedere: “Piaciuto?” Ah no non c’era domanda più sbagliata per me! Oppure: “A me è piaciuto, l’ho trovato…”, no non potevo e non posso ascoltare, mi infastidisce quasi fisicamente.
Perché? Perché per me è intoccabile, non il film, il libro o la canzone, è intoccabile il mio rapporto con l’arte, è un rapporto a due, sempre, è una cosa che deve rimanere solo mia, nessuno deve intromettersi tra me e le sensazioni che il libro, la canzone o il film mi ha trasmesso, nessuno può comprendere a fondo, il rapporto tra me e quell’oggetto d’arte, e nemmeno io quindi posso comprendere a fondo questo particolare rapporto che instaurano le persone con le loro passioni.
A questo punto mi accorgo che sono la persona meno adatta ai circoli del cinema, ai gruppi di lettura o ai circoli musicali, perché starei sempre zitta e non proporrei nessun argomento e non solo, sarei infastidita dalle parole degli altri e giudicherei magari in modo errato il commento di qualcuno su quel libro o su quell’altro film.
Quindi ora capisco l’atteggiamento di questa persona che non ama parlare di musica con me e mi accorgo di essere esattamente come lui. Questo non significa che non ci possano essere pareri diversi, ovviamente, né che io non sia interessata ai pareri altrui su di un film o un libro, ma per me si devono fermare fino ad un certo punto, finché rimangono giudizi sulla validità o meno dell’opera o sulla qualità, finché non toccano la sfera dei sentimenti, delle emozioni e quindi in realtà di quello di cui si deve occupare esclusivamente l’arte.
Perché non sopporto questa intrusione? Perché con l’arte, in particolare la musica, il cinema e la scrittura, ho un rapporto molto stretto, molto privato, molto profondo.
Non siamo tutti uguali però, per fortuna e ci sono molte persone che amano parlare delle proprie passioni anche profonde, che scaturiscono in loro, nella lettura di un libro o nell’ascolto di una canzone o alla vista di un film, ed è il motivo per cui ci sono tanti gruppi di lettura o musicali o circoli del cinema.
Come siete voi? Ci avete mai pensato? Siete tipi da circolo o no? E fino a che punto vi fa piacere parlare con altri delle vostre passioni letterarie, magari, fino a che punto gradite i commenti degli altri?

La questione Gliuliano-Dalmata

Questo articolo è per entrare un po’ nel vivo della trama di Anita e della guerra Gorizia, altrimenti parlo sempre di me e il libro e diventa un po’ autoreferenziale, come diceva Moretti. La questione giuliano-dalmata, che non si scrive maiuscolo, come nel titolo, ma lì l’ho messo per dare maggiore visibilità, è cosa abbastanza complessa, lunga, anzi direi molto lunga, poco trattata, con grande disappunto delle diverse associazioni dedicate, sparse per l’Italia, e però importante.

Non si studia a scuola, perché i programmi scolastici arrivano fino alla seconda guerra mondiale, ed è già tanto se uno ci arriva alla seconda guerra; non si studia dopo, perché “…figuriamoci se uno studia proprio quelle cose lì, che non interessano a nessuno…”; non si studia mai, perché “…tanto sono troppo pochi i giuliano-dalmati…” e magari uno pensa che si lamentino per così poco, visto che non sono stati sterminati come gli Ebrei.

Nessuno paragonerebbe l’uccisione di tante persone sul confine jugoslavo allo sterminio, così finemente architettato degli Ebrei, ma come si parla delle Fosse Ardeatine, si potrebbero spendere anche due parole per le Foibe o per gli sterminati, che nelle foibe non ci sono nemmeno arrivati. La questione è ancora aperta, anche se sono passati più di 70 anni, non si chiuderà mai probabilmente, perché mai verrà data giustizia alle famiglie delle vittime e mai verrà riconosciuta importanza agli Italiani e agli Jugoslavi che, negli anni, anche prima della seconda guerra, hanno subito maltrattamenti e angherie da una parte e dall’altra.

Purtroppo mi tocca riconoscere che questo oblio è anche colpa della sinistra, intendo della sinistra italiana, perché parlar male dei comunisti di Tito non era cosa gradita alle alte sfere della sinistra, fino a poco tempo fa. Poi…”…beh chi te lo fa fare di ammettere errori passati, quando manco sei stato tu e comunque metterebbero in cattiva luce il partito!…”. I comunisti di Tito erano come i comunisti di Stalin, da condannare incondizionatamente, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, non seguivano certo ideali di sinistra o di destra, erano solo pazzi sanguinari! Come pazzi erano fascisti e nazisti, che si sono macchiati di crimini indecenti.

Io mi sono documentata durante la scrittura del libro, perché sentivo di non saperne abbastanza, e devo dire che quel che ho saputo mi ha amareggiata, confusa e avvilita. Non consiglio a tutti di andare a studiare la storia che non si sa, consiglio solo di avere rispetto per quello che non si conosce, come in tutti gli altri campi. Non si capisce mai perché ci siano tante associazioni di queste persone vissute al confine, si capisce poco perché ci sia questa giornata dedicata alle Foibe, che pochi ricordano e pochi vi danno peso. Più che altro è stata istituita per tenere tranquille le associazioni dei parenti.

Il Friuli Venezia Giulia per gli altri Italiani è una regione un po’ a latere, molto più dell’Alto Adige o della Val D’Aosta; gli Jugoslavi poi dobbiamo ancora capire perché si siano fatti tanta guerra e ora non dobbiamo più chiamarli così, ma dobbiamo distinguere tra Sloveni e Istriani, quando ne sappiamo, altrimenti tagliamo corto dicendo che in Jugoslavia ci sono i Serbi e i Croati. Se fossi una triestina, credo che sarei un po’ infastidita, oppure me ne fregherei del resto dell’Italia; ma invece loro no, loro si sentono Italiani e hanno ragione perché lo sono, non desiderano l’indipendenza, come gli altoatesini, che in gran parte gradirebbero parlare solo tedesco ed essere lasciati in pace.

Il loro dramma di allora e quello degli Sloveni e degli Istriani dall’altra parte è stato quello di trovarsi con una linea, stablita dai governi mondiali, che divideva a metà le loro case, è stato quello di dover cambiare la propria lingua madre improvvisamente, è stato quello di doversene andare dal paese in cui erano nati e non poter tornare più. Il nostro paese non ha difeso e salvaguardato i propri cittadini, il loro paese ha fatto anche peggio, ha lasciato che venissero maltrattati e uccisi, perché politicamente non gli conveniva aiutarli.

Non è una storia tanto diversa da tutte le altre che si sentono raccontare dei luoghi di confine, non è una storia nuova, perché sono passati ormai molti anni, non è nemmeno una storia originale, ma è una storia…è la nostra storia e vale la pena che venga ricordata, anche se crediamo che non ci appartenga più.
Ci appartiene eccome, sarebbe bello se potessimo dire che siamo solo figli di quelli che hanno fatto il Colosseo, la Cupola di San Pietro, l’Aida o l’unità d’Italia, ma invece, purtroppo ci sono stati anche quelli…ce ne vergognamo…almeno la maggior parte di noi, ma non vogliamo saperne di più, perché ci dà fastidio, ci fa impressione o alla peggio ci annoia.

Allora hanno ragione i parenti delle vittime a lottare ancora, per mantenere forte il ricordo!